Salvare Zaki, ce lo chiede Giulio
di ANDREA IANNUZZIPrima o poi, la storia presenta il conto. Quando hanno deciso di arrestare Patrick Zaki, i torturatori del regime egiziano forse hanno pensato che a nessuno sarebbe fregato qualcosa del destino di uno studente fuori sede. E, per quanto li riguarda, avevano ragione: in Egitto, come testimonia la nostra inviata al Cairo Francesca Caferri, di Zaki non parla quasi nessuno, ad eccezione degli attivisti per i diritti umani e di un piccolo giornale online.
O forse i torturatori erano consapevoli del significato simbolico che la vicenda avrebbe potuto rappresentare, ma non si sono fatti troppi scrupoli, così come non se li erano fatti con Giulio Regeni. Eppure, sembra incredibile quanto le due storie siano legate l'una all'altra, al punto tale che l'Italia, chiamata alla mobilitazione, non può tirarsi indietro di fronte a questa occasione di riscatto, seppur parziale, rispetto alle assenze sul caso Regeni.
Scrive Luigi Manconi: "È come se il destino o, piuttosto, "menti raffinatissime", avessero deciso di caricare la vicenda del giovane egiziano Patrick George Zaki di una esorbitante simbologia". Ora che è stata accesa, la luce su Zaki non va mai più spenta, perché è nel buio e nel silenzio delle celle di tortura egiziane che la sua vita è in pericolo, ma di fronte a un coinvolgimento del nostro Paese, dopo il precedente di Giulio, nemmeno l'Egitto di Al Sisi potrà permettersi di lasciarlo morire in carcere, sulla base di accuse pretestuose, come il più brutale e antilibertario dei regimi.
Salvare Zaki è un dovere morale al quale l'Italia deve dedicare tutte le proprie energie: lo deve al giovane studente che ci ha scelto come sua seconda casa, alla sua famiglia, ai tanti amici che lo aspettano a Bologna e protestano per la sua liberazione. Ma lo deve soprattutto a Giulio. Il conto con la storia rimasto in sospeso ora, almeno in parte, può essere saldato.