Perché Nì
Andrea Iannuzzi
L'esito del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, in programma il 20 e 21 settembre prossimi, appare oggi piuttosto scontato: a meno di clamorose sorprese ( e non essendoci bisogno di quorum), gli italiani dovrebbero confermare con un Sì la riforma varata dal Parlamento che prevede la riduzione di un terzo di deputati e senatori.
Eppure, mentre i cittadini sembrano avere le idee piuttosto chiare, è tra gli eletti e tra i professionisti della politica che la situazione appare piuttosto confusa. Tutti i partiti sono alle prese con il dibattito interno, anche se lo affrontano in modo diverso: Salvini per esempio dice di lasciare libertà di voto ai leghisti pur schierandosi personalmente per il Sì, mentre nel Movimento 5 Stelle le poche voci discordanti non spostano la posizione ufficiale. Chi invece al momento - tra perché Sì e perché No - è costretto a schierarsi sul "perché Ni" - è il Partito democratico.
La mancanza di una legge elettorale, condizione che il Pd aveva posto agli alleati per appoggiare la riforma, mette il segretario Nicola Zingaretti in difficoltà, come racconta Giovanna Casadio. Del resto, a Repubblica due nomi illustri del diritto come Massimo Villone e Valerio Onida spiegano le rispettive ragioni a favore del No e del Sì. Ma Zingaretti prima o poi dovrà decidere e dare un'indicazione a nome del partito: per questo sta facendo pressione su Conte, forse come mai accaduto finora, come fa notare nel suo commento Francesco Bei. Pacta sunt servanda: il compromesso, questa volta, è difficile. (Andrea Iannuzzi)