Non chiamatelo destino
Tutti sapevano a Colleferro e dintorni che i fratelli Bianchi spacciavano droga. Tutti sapevano che, con i loro amici condividevano il culto della violenza, sistematicamente celebrata nei fine settimana di provincia con risse, pestaggi, aggressioni gratuite. Tutti sapevano ma nessuno li ha fermati. Non è fatalità dunque la morte di Willy Monteiro Duarte, ucciso di botte a 21 anni un sabato sera qualunque. Senza alcuna colpa se non quella di aver preso le difese di un amico finito nel mirino di uno dei bulli che da tempo terrorizzavano quei paesi a Sud di Roma.
Willy ha quindi perso la vita sotto i pugni e i calci di un gruppo di professionisti della violenza. Un pestaggio durato 20 minuti – ci racconta la nostra inviata Federica Angeli - e ampiamente premeditato, tanto che per alcuni dei picchiatori l’accusa è stata cambiata da omicidio preterintenzionale a omicidio volontario. Il profilo degli aggressori, d’altronde, non poteva lasciare dubbi: specialisti di arti marziali – come spiega il nostro inviato Paolo G. Brera – che amavano esibirsi più per le strade che in palestra. E le cui scorribande erano molto note, da quelle parti. La lite con il compagno di scuola di Willy – qui il drammatico racconto del raid fatto ai carabinieri – non è stata dunque che l’ennesima prova di forza. E l’intervento del giovane a favore dell’amico non ha fatto altro che innescare una escalation di brutalità che nessuno ha saputo arginare. No, non è stata solo una tragedia.