Sapevamo
Sapevamo della seconda ondata almeno da quando, mesi fa, la violenza della prima ha iniziato a darci un po’ il respiro. Eppure abbiamo fatto passare i mesi, l’estate, le elezioni regionali, prima di ritrovarci a osservare il numero dei contagi salire di nuovo. Il coronavirus detta di nuovo le regole alla convivenza civile, e di fronte alle carenze di medici, vaccini e personale per tracciare la diffusione, torna un acronimo che ha fatto discutere i politici e gli economisti di mezz’Europa.
Il Mes, il fondo salva-stati, ha deciso già ad aprile che avrebbe finanziato le spese sanitarie degli stati europei, ma da allora nemmeno chi aveva più bisogno di cassa per mettere mano a ospedali e tamponi ha fatto accesso ai fondi. L’Italia potrebbe incassare 36 miliardi di euro, da restituire, certo, ma con un tasso di interesse pari o vicino allo zero, sicuramente meno dei tassi che lo Stato paga sul mercato.
La corsa dei contagi e i focolai sul territorio spingono così molte parti della politica nazionale, tra cui trecento sindaci e molti parlamentari, a chiedere al governo di utilizzare subito il Mes. I sindaci sono capitanati dal primo cittadino di Pesaro, Matteo Ricci: Pd e Italia Viva esortano il governo ad agire, ma per ora prevale il no del Movimento Cinque Stelle, che nella sua crisi ha eletto il Mes quale ultimo totem cui opporsi. Il paradosso è che sarebbe stato più conveniente chiedere il Mes in primavera che ora, e così anche il ministro Roberto Gualtieri fa filtrare qualche dubbio: del resto, anche il Mes, nominalmente farebbe crescere il deficit.
Fuori dai calcoli del palazzo, nel Paese che si organizza di nuovo per frenare il virus, rimane l’amara sensazione di un’ennesima occasione sprecata.