State Uniti
di Andrea IannuzziNo, non era Netflix. Le immagini che abbiamo visto irrompere sugli schermi nella serata dell'Epifania non erano quelle di un fanta-thriller o di una serie distopica: il Congresso degli Stati Uniti d'America sotto assedio, Washington in lockdown, dopo che il Presidente uscente aveva aizzato la folla alla ribellione, quella stessa folla che poi avrebbe fatto irruzione nel palazzo simbolo della democrazia mondiale, come in un putsch sudamericano.
Era tutto vero, stava succedendo di fronte all'incredulità del mondo intero. Doveva essere il giorno nel quale si sarebbe compiuto l'ultimo atto del rito democratico americano, la conta dei voti elettorali al Congresso per sancire la nomina di Joe Biden alla Casa Bianca. Invece, come ci racconta il nostro inviato a Washington Federico Rampini, è stata una giornata da incubo: prima il comizio incendiario di Trump davanti agli ultras radunati sulla piazza del Campidoglio, poi gli scontri con la polizia, il blocco forzato, l'irruzione nel palazzo, la votazione interrotta, le armi nell'aula, la chiamata della Guardia Nazionale. Per qualche ora, si è temuto il golpe.
Eppure, in questo scenario drammatico, ci sono motivi per essere ottimisti. Lo spiega nella sua analisi Paolo Garimberti: è stata una giornata cupa e al tempo stesso rassicurante. Perché alla fine è stata sancita l'ultima sconfitta di Trump, quella subita in Georgia che ha consegnato ai democratici anche la maggioranza del Senato e a Biden la possibilità di cominciare finalmente il suo quadriennio presidenziale. Lo attende un duro compito, quello di restituire all'America una dialettica democratica, di sanare le profonde ferite di una società spaccata. E al suo popolo non resta che rivolgere un appello: per favore, State Uniti.