Il termine - da 'impune' (formato dal suffisso privativo in- e dal latino poena) - designa la condizione di chi è, di diritto o di fatto, esente dal giusto castigo per le sue azioni. L'impunità è quindi un'immunità, un'eccezione, rispetto a una normalità, a una norma universale.
Se l'Ancien Régime era una sorta di "impunità organizzata" - in quanto fondato sulla disuguaglianza e la gerarchia - , negli Stati di diritto democratici, basati sull'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, la impunità è tollerabile solo se prevista dalla legge. Il che può avvenire o per la qualità della persona (incapacità, età inferiore a una certa soglia) o, in forme graduate e parziali, in forza dell'ufficio ricoperto: si tratta in questo caso, più che di impunità, di speciali tutele giuridiche - limitate ai reati commessi nell'esercizio di funzioni politiche - che vanno dall'obbligo, per la magistratura, di richiedere l'autorizzazione a procedere fino alla costituzione di tribunali appositi, per giungere alla vera irresponsabilità giuridica (di solito, propria dei capi di Stato). Altri casi di impunità totale o parziale sono previsti dalla legislazione penale premiale, che favorisce chi si dissocia da gravi forme di criminalità organizzata, e chi collabora con la giustizia.
L'impunità di fatto - causata dall'inefficienza della giustizia - è, soprattutto se estesa, scandalosa e delegittimante per le istituzioni. Come lo sarebbe l'allargamento dell'impunità di diritto anche per i reati comuni compiuti dai politici, che configurerebbe un privilegio di casta, ingiustificabile in un'ottica di legalità democratica.