VIOLENZA (riconducibile al latino vis: violenza, forza). Atto di forza - posto in essere o solo minacciato - che presenta caratteristiche di particolare dismisura e lesività. Che sia fisica o verbale o psicologica, la violenza è una forma immediata di potere, che nasce dalla volontà di un soggetto (individuale o collettivo) di disporre della vita o dei beni altrui o, quanto meno, di affermare se stesso senza tenere conto delle norme della civile convivenza.
C'è nella violenza un elemento naturale - è una risorsa comportamentale che in casi estremi può risultare utile (ad esempio per respingere un'altra violenza) - e originario: la violenza (la rivoluzione) è spesso la modalità con cui si instaurano ordini politici nuovi, con cui si redimono ingiustizie passate. Ma al di là di queste circostanze eccezionali la violenza è, nelle forme politiche democratiche consolidate, l'espressione di un arbitrario prepotere che distrugge la vita associata - non a caso l'età moderna ne persegue la piena neutralizzazione e delegittimazione - e, quando è fra Stati, la pace internazionale. Manifestazione di una soggettività eslege, la violenza è il contrario della forza legittima e impersonale dello Stato, del potere ordinato della legge e della Costituzione, del legame sociale; chi con atti o con parole la fomenta si macchia di gravi crimini.
Tuttavia, in alcuni contesti storici, geografici, politici, la violenza non è sempre illegale, ma può anche essere sorretta da leggi inique; non è solo rivolta contro lo Stato, ma può anche emanare dai suoi organi, dalla sua potenza propagandistica; non è solo uno scoppio asociale di forza bruta, ma può anche essere strutturale, codificata nelle ingiustizie di un assetto sociale. Riconoscere e contrastare la violenza dovunque essa sia - fuori o dentro le istituzioni - e, senza cedere a essa, contrastarla con una giusta ed energica resistenza è uno dei problemi politici più complessi.
C'è nella violenza un elemento naturale - è una risorsa comportamentale che in casi estremi può risultare utile (ad esempio per respingere un'altra violenza) - e originario: la violenza (la rivoluzione) è spesso la modalità con cui si instaurano ordini politici nuovi, con cui si redimono ingiustizie passate. Ma al di là di queste circostanze eccezionali la violenza è, nelle forme politiche democratiche consolidate, l'espressione di un arbitrario prepotere che distrugge la vita associata - non a caso l'età moderna ne persegue la piena neutralizzazione e delegittimazione - e, quando è fra Stati, la pace internazionale. Manifestazione di una soggettività eslege, la violenza è il contrario della forza legittima e impersonale dello Stato, del potere ordinato della legge e della Costituzione, del legame sociale; chi con atti o con parole la fomenta si macchia di gravi crimini.
Tuttavia, in alcuni contesti storici, geografici, politici, la violenza non è sempre illegale, ma può anche essere sorretta da leggi inique; non è solo rivolta contro lo Stato, ma può anche emanare dai suoi organi, dalla sua potenza propagandistica; non è solo uno scoppio asociale di forza bruta, ma può anche essere strutturale, codificata nelle ingiustizie di un assetto sociale. Riconoscere e contrastare la violenza dovunque essa sia - fuori o dentro le istituzioni - e, senza cedere a essa, contrastarla con una giusta ed energica resistenza è uno dei problemi politici più complessi.