(da sconfiggere, che deriva dal provenzale esconfire, a sua volta dal tardo latino exconficere: compiere definitivamente, consumare, finire). La situazione di chi è abbattuto, superato, vinto.
La sconfitta è il fallimento di un'azione dalla quale il soggetto si promette un successo, un guadagno, un beneficio sia materiale sia psicologico o spirituale - in generale, quell'incremento dell'Io che è la vittoria - . A seconda delle epoche, può essere quindi uno scacco del valore guerriero (nel mondo antico) oppure del calcolo economico (nel mondo moderno), oppure ancora dell'investimento su una determinata ipotesi politica (la sconfitta dei totalitarismi) o infine di un'intera esistenza (il paradigma è la radicale sconfitta di Edipo, ma anche le sventure di Giobbe, prima che Dio le faccia cessare). Può essere cioè l'esito di un errore di comportamento, lo smascheramento di un'illusione, ma può anche derivare dall'irrazionalità tragica del mondo, che non si lascia controllare e vincere dalle risorse umane, neppure dalle forze più potenti, dalle menti più brillanti, dalle migliori intenzioni, dall'agire più retto.
In quest'ultima accezione la sconfitta è l'inevitabile prevalere del destino sull'uomo, il fato di morte che sovrasta l'eroe, anche senza sua colpa. Anzi, proprio la sconfitta può essere il segno di una superiorità etica dell'eroe rispetto al mondo, nel quale trionfano i più forti, non necessariamente i migliori. E' in questo senso che il poeta romano Lucano nel poema Bellum Civile scrisse causa victrix diis placuit sed victa Catoni (la causa di Cesare vinse perché appoggiata dagli dei, mentre Catone l'Uticense scelse consapevolmente la causa perdente della libertà repubblicana). A questa idea di sconfitta come nobile testimonianza del valore sfortunato è da ascrivere anche il motto degli hidalgos spagnoli "la sconfitta è il blasone dell'anima bennata".
Ma più frequente di questa dignitosa sconfitta è quella che deriva dalla superbia, da un distorto rapporto con la realtà, dall'estremismo che non conosce alcun limite e che viene quindi punito o con la sconfitta comica della rana, che si gonfia per essere grossa come il bue, e quindi scoppia per lo sforzo (come narra il favolista latino Fedro), o con la tragica 'vendetta degli deì per la tracotanza dell'uomo 'prometeicò che, fidando nella propria fortuna e nei propri passati successi, non sa fermarsi e - presumendo di poter sfidare il cielo - viene accecato dalla divinità, che lo rende incapace di vedere il pericolo, destinandolo così alla sconfitta, tanto più rovinosa quanto più in alto era salito il superbo.
La sconfitta è il fallimento di un'azione dalla quale il soggetto si promette un successo, un guadagno, un beneficio sia materiale sia psicologico o spirituale - in generale, quell'incremento dell'Io che è la vittoria - . A seconda delle epoche, può essere quindi uno scacco del valore guerriero (nel mondo antico) oppure del calcolo economico (nel mondo moderno), oppure ancora dell'investimento su una determinata ipotesi politica (la sconfitta dei totalitarismi) o infine di un'intera esistenza (il paradigma è la radicale sconfitta di Edipo, ma anche le sventure di Giobbe, prima che Dio le faccia cessare). Può essere cioè l'esito di un errore di comportamento, lo smascheramento di un'illusione, ma può anche derivare dall'irrazionalità tragica del mondo, che non si lascia controllare e vincere dalle risorse umane, neppure dalle forze più potenti, dalle menti più brillanti, dalle migliori intenzioni, dall'agire più retto.
In quest'ultima accezione la sconfitta è l'inevitabile prevalere del destino sull'uomo, il fato di morte che sovrasta l'eroe, anche senza sua colpa. Anzi, proprio la sconfitta può essere il segno di una superiorità etica dell'eroe rispetto al mondo, nel quale trionfano i più forti, non necessariamente i migliori. E' in questo senso che il poeta romano Lucano nel poema Bellum Civile scrisse causa victrix diis placuit sed victa Catoni (la causa di Cesare vinse perché appoggiata dagli dei, mentre Catone l'Uticense scelse consapevolmente la causa perdente della libertà repubblicana). A questa idea di sconfitta come nobile testimonianza del valore sfortunato è da ascrivere anche il motto degli hidalgos spagnoli "la sconfitta è il blasone dell'anima bennata".
Ma più frequente di questa dignitosa sconfitta è quella che deriva dalla superbia, da un distorto rapporto con la realtà, dall'estremismo che non conosce alcun limite e che viene quindi punito o con la sconfitta comica della rana, che si gonfia per essere grossa come il bue, e quindi scoppia per lo sforzo (come narra il favolista latino Fedro), o con la tragica 'vendetta degli deì per la tracotanza dell'uomo 'prometeicò che, fidando nella propria fortuna e nei propri passati successi, non sa fermarsi e - presumendo di poter sfidare il cielo - viene accecato dalla divinità, che lo rende incapace di vedere il pericolo, destinandolo così alla sconfitta, tanto più rovinosa quanto più in alto era salito il superbo.