(Le teorie e i comportamenti politici dei giacobini, durante la Rivoluzione Francese; e, in seguito, gli atteggiamenti politici dei movimenti che si richiamavano, più o meno consapevolmente, al giacobinismo).
I giacobini erano gli appartenenti al club "Amici della Costituzione" fondato a Parigi nel 1789, nell'ex convento domenicano di San Giacomo. La massima fortuna del giacobinismo - i cui principali esponenti furono Robespierre e Saint-Just - si ebbe fra il 1792 e il 1794, al tempo della Convenzione, del Comitato di Salute pubblica e del Tribunale rivoluzionario, dove essi dominarono, a spese dei girondini, finché non furono travolti dalla reazione di Termidoro. La loro linea politica fu radicale (ma alla loro sinistra si collocarono gli "arrabbiati" e gli "hebertisti"), improntata alla diffidenza democratico-rousseauiana verso le istituzioni rappresentative, e a un marcato élitismo, che affidava la direzione della politica a una minoranza pura, virtuosa, intransigente, sempre all'erta contro i nemici esterni e interni della rivoluzione (controrivoluzionari, moderati, 'indulgenti'); il giacobinismo culminò infatti nella dittatura e nel Terrore.
Rigoroso ugualitarismo, rifiuto del compromesso, tendenza alla radicalizzazione dello scontro politico, interpretazione della rivoluzione come evento non solo politico ma anche come rinnovamento etico dei cittadini (mentre la tematica sociale resta più sullo sfondo), difesa delle conquiste rivoluzionarie anche attraverso lo stato d'emergenza; sono queste le eredità che il giacobinismo ha lasciato alle esperienze politiche che vi si sono in vario modo richiamate; dall'illuminismo italiano e napoletano del 1796-1799 al babeufismo, e al blanquismo del 1848, e di qui (ma l'elemento socialista prese via via il sopravvento) fino alla Comune del 1870-71 e anche al leninismo.
Il giacobinismo - che sorge in un contesto lontanissimo dal totalitarismo, nonostante alcuni studiosi novecenteschi lo abbiano interpretato come il padre di questo - è una delle esperienze politiche più intense dell'età contemporanea, e il termine "giacobinismo" (e "giacobino") ne ha quindi derivato una grande forza evocativa. Il che fa sì che esso anche nel linguaggio politico corrente sia usato, polemicamente, per bollare negli avversari politici atteggiamenti che sarebbero radicali, faziosi, eversivi. L'aspetto ideologico di questo uso del termine sta nel fatto che, nel bene e nel male, è sproporzionato rispetto a coloro ai quali lo si applica: nell'invettiva anti-giacobina sono spesso implicite esagerazione, sensazionalismo, malafede.
Un esempio di questo uso improprio del termine è dato, in Italia, dalla vecchia polemica moderata (ma anche della sinistra comunista) contro il Partito d'Azione e le sue pretese élitarie e, oggi, contro quello che viene definito anche "giustizialismo". Una polemica che vuole screditare e additare come un pericolo per la liberaldemocrazia - in quanto moralistica, antiparlamentare, potenzialmente dittatoriale - la richiesta, in realtà tutt'altro che estremistica o eccessiva, che i vertici politici (del Legislativo e dell'Esecutivo) di un Paese democratico si conformino alle regole istituzionali, alle norme giuridiche, alla legittimità costituzionale, ed esibiscano se non un rigore morale fuori dal comune almeno profili di pubblica e privata decenza.
I giacobini erano gli appartenenti al club "Amici della Costituzione" fondato a Parigi nel 1789, nell'ex convento domenicano di San Giacomo. La massima fortuna del giacobinismo - i cui principali esponenti furono Robespierre e Saint-Just - si ebbe fra il 1792 e il 1794, al tempo della Convenzione, del Comitato di Salute pubblica e del Tribunale rivoluzionario, dove essi dominarono, a spese dei girondini, finché non furono travolti dalla reazione di Termidoro. La loro linea politica fu radicale (ma alla loro sinistra si collocarono gli "arrabbiati" e gli "hebertisti"), improntata alla diffidenza democratico-rousseauiana verso le istituzioni rappresentative, e a un marcato élitismo, che affidava la direzione della politica a una minoranza pura, virtuosa, intransigente, sempre all'erta contro i nemici esterni e interni della rivoluzione (controrivoluzionari, moderati, 'indulgenti'); il giacobinismo culminò infatti nella dittatura e nel Terrore.
Rigoroso ugualitarismo, rifiuto del compromesso, tendenza alla radicalizzazione dello scontro politico, interpretazione della rivoluzione come evento non solo politico ma anche come rinnovamento etico dei cittadini (mentre la tematica sociale resta più sullo sfondo), difesa delle conquiste rivoluzionarie anche attraverso lo stato d'emergenza; sono queste le eredità che il giacobinismo ha lasciato alle esperienze politiche che vi si sono in vario modo richiamate; dall'illuminismo italiano e napoletano del 1796-1799 al babeufismo, e al blanquismo del 1848, e di qui (ma l'elemento socialista prese via via il sopravvento) fino alla Comune del 1870-71 e anche al leninismo.
Il giacobinismo - che sorge in un contesto lontanissimo dal totalitarismo, nonostante alcuni studiosi novecenteschi lo abbiano interpretato come il padre di questo - è una delle esperienze politiche più intense dell'età contemporanea, e il termine "giacobinismo" (e "giacobino") ne ha quindi derivato una grande forza evocativa. Il che fa sì che esso anche nel linguaggio politico corrente sia usato, polemicamente, per bollare negli avversari politici atteggiamenti che sarebbero radicali, faziosi, eversivi. L'aspetto ideologico di questo uso del termine sta nel fatto che, nel bene e nel male, è sproporzionato rispetto a coloro ai quali lo si applica: nell'invettiva anti-giacobina sono spesso implicite esagerazione, sensazionalismo, malafede.
Un esempio di questo uso improprio del termine è dato, in Italia, dalla vecchia polemica moderata (ma anche della sinistra comunista) contro il Partito d'Azione e le sue pretese élitarie e, oggi, contro quello che viene definito anche "giustizialismo". Una polemica che vuole screditare e additare come un pericolo per la liberaldemocrazia - in quanto moralistica, antiparlamentare, potenzialmente dittatoriale - la richiesta, in realtà tutt'altro che estremistica o eccessiva, che i vertici politici (del Legislativo e dell'Esecutivo) di un Paese democratico si conformino alle regole istituzionali, alle norme giuridiche, alla legittimità costituzionale, ed esibiscano se non un rigore morale fuori dal comune almeno profili di pubblica e privata decenza.