Manovra
(dal latino medievale manopera, da manus e opera): servizio manuale. Un’azione che si fa con la mano, muovendo qualche cosa, conformandola, organizzandola e disponendola in un determinato modo per un fine preciso.
L’idea di una operatività accorta ed efficace, di un agire che causa direttamente effetti materiali, di un movimento reale abilmente orientato a uno scopo, è tipica della parola, come si vede nei due ambiti in cui è maggiormente diffusa.
Il primo è quello militare, in cui ‘manovra’ è etimologicamente simile alla tattica, ossia alla disposizione delle forze sul terreno, e ‘manovrare’ significa muoverle accortamente per garantirsi posizioni di vantaggio.
Il secondo è quello della navigazione, in cui ‘manovrare’ equivale far muovere e a guidare un’imbarcazione, per darle la direzione e la rotta, evitando i pericoli e sfruttando venti e correnti.
Di qui derivano anche, con estensi…
L’idea di una operatività accorta ed efficace, di un agire che causa direttamente effetti materiali, di un movimento reale abilmente orientato a uno scopo, è tipica della parola, come si vede nei due ambiti in cui è maggiormente diffusa.
Il primo è quello militare, in cui ‘manovra’ è etimologicamente simile alla tattica, ossia alla disposizione delle forze sul terreno, e ‘manovrare’ significa muoverle accortamente per garantirsi posizioni di vantaggio.
Il secondo è quello della navigazione, in cui ‘manovrare’ equivale far muovere e a guidare un’imbarcazione, per darle la direzione e la rotta, evitando i pericoli e sfruttando venti e correnti.
Di qui derivano anche, con estensi…
(dal latino medievale manopera, da manus e opera): servizio manuale. Un’azione che si fa con la mano, muovendo qualche cosa, conformandola, organizzandola e disponendola in un determinato modo per un fine preciso.
L’idea di una operatività accorta ed efficace, di un agire che causa direttamente effetti materiali, di un movimento reale abilmente orientato a uno scopo, è tipica della parola, come si vede nei due ambiti in cui è maggiormente diffusa.
Il primo è quello militare, in cui ‘manovra’ è etimologicamente simile alla tattica, ossia alla disposizione delle forze sul terreno, e ‘manovrare’ significa muoverle accortamente per garantirsi posizioni di vantaggio.
Il secondo è quello della navigazione, in cui ‘manovrare’ equivale far muovere e a guidare un’imbarcazione, per darle la direzione e la rotta, evitando i pericoli e sfruttando venti e correnti.
Di qui derivano anche, con estensione metaforica, locuzioni come ‘abilità manovriera’ – con cui si indica il destreggiarsi tra difficoltà e ostacoli per raggiungere un obiettivo – e termini come ‘manovratore’, per designare chi dirige operativamente qualcosa (un veicolo, ma anche un’istituzione) ed è responsabile di farlo pervenire a una destinazione, a un fine. E deriva anche il valore negativo che ‘manovra’ può assumere, a indicare azioni astute, congegnate in modo da avere effetti che sono chiari solo per chi le architetta, ma restano oscure e indecifrabili agli altri.
Nell’ambito politico c’è affinità tra ‘governo’ e ‘manovra’: entrambe le parole derivano dall’ambito nautico (il pilota della nave è in greco il kybernètes), così che si può dire che ‘manovra’ descrive appropriatamente ciò che il governo fa, o dovrebbe fare: ossia pilotare lo Stato tra le varie difficoltà, con una serie organica e coerente di disposizioni e di atti, attraverso i quali il potere esecutivo si propone di ottenere un certo risultato favorevole.
La manovra per eccellenza -dato il peso crescente che l’economia ha sulla politica – è ormai da tempo la ‘manovra economica’. Con questo termine si intendono tanto i provvedimenti ordinari che determinano il bilancio dello Stato (la legge finanziaria, i documenti di programmazione economica e finanziaria, ecc.) quanto gli interventi straordinari di aggiustamento di bilancio, di correzione del deficit, di ristrutturazione del debito, di variazione del sistema impositivo e fiscale, di stimolo ai consumi e alla produzione.
La manovra, in questo senso, significa che il governo agisce efficacemente, distribuendo appropriatamente pesi e i benefici nelle complesse articolazioni della società. Di fatto, è una manipolazione che modella il corpo del Paese, che lo configura, lo dispone e lo organizza secondo una finalità.
Di fronte all’esigenza – in una situazione di crisi mondiale – di operare ‘manovre’ con sempre maggiore frequenza (ovvero di correggere attentamente la rotta della nave per evitare il naufragio), la funzione del governo aumenta d’importanza, e crescono le sue responsabilità.
Diventa decisivo che il pilota abbia una visione lucida, e non ideologicamente distorta, della rotta da seguire, dei fini da raggiungere e dei mezzi per conseguirli; che la manovra sia equa, cioè che i pesi vengano ben distribuiti fra le parti e non sbilancino la nave; e soprattutto che il pilota stesso abbia una volontà chiara e univoca, ovvero che il governo non sia internamente lacerato dallo scontro di linee d’azione contrapposte, che ne paralizzano l’azione o la rendono incerta, e portano la nave ad arenarsi sulle secche o a schiantarsi sugli scogli.
L’idea di una operatività accorta ed efficace, di un agire che causa direttamente effetti materiali, di un movimento reale abilmente orientato a uno scopo, è tipica della parola, come si vede nei due ambiti in cui è maggiormente diffusa.
Il primo è quello militare, in cui ‘manovra’ è etimologicamente simile alla tattica, ossia alla disposizione delle forze sul terreno, e ‘manovrare’ significa muoverle accortamente per garantirsi posizioni di vantaggio.
Il secondo è quello della navigazione, in cui ‘manovrare’ equivale far muovere e a guidare un’imbarcazione, per darle la direzione e la rotta, evitando i pericoli e sfruttando venti e correnti.
Di qui derivano anche, con estensione metaforica, locuzioni come ‘abilità manovriera’ – con cui si indica il destreggiarsi tra difficoltà e ostacoli per raggiungere un obiettivo – e termini come ‘manovratore’, per designare chi dirige operativamente qualcosa (un veicolo, ma anche un’istituzione) ed è responsabile di farlo pervenire a una destinazione, a un fine. E deriva anche il valore negativo che ‘manovra’ può assumere, a indicare azioni astute, congegnate in modo da avere effetti che sono chiari solo per chi le architetta, ma restano oscure e indecifrabili agli altri.
Nell’ambito politico c’è affinità tra ‘governo’ e ‘manovra’: entrambe le parole derivano dall’ambito nautico (il pilota della nave è in greco il kybernètes), così che si può dire che ‘manovra’ descrive appropriatamente ciò che il governo fa, o dovrebbe fare: ossia pilotare lo Stato tra le varie difficoltà, con una serie organica e coerente di disposizioni e di atti, attraverso i quali il potere esecutivo si propone di ottenere un certo risultato favorevole.
La manovra per eccellenza -dato il peso crescente che l’economia ha sulla politica – è ormai da tempo la ‘manovra economica’. Con questo termine si intendono tanto i provvedimenti ordinari che determinano il bilancio dello Stato (la legge finanziaria, i documenti di programmazione economica e finanziaria, ecc.) quanto gli interventi straordinari di aggiustamento di bilancio, di correzione del deficit, di ristrutturazione del debito, di variazione del sistema impositivo e fiscale, di stimolo ai consumi e alla produzione.
La manovra, in questo senso, significa che il governo agisce efficacemente, distribuendo appropriatamente pesi e i benefici nelle complesse articolazioni della società. Di fatto, è una manipolazione che modella il corpo del Paese, che lo configura, lo dispone e lo organizza secondo una finalità.
Di fronte all’esigenza – in una situazione di crisi mondiale – di operare ‘manovre’ con sempre maggiore frequenza (ovvero di correggere attentamente la rotta della nave per evitare il naufragio), la funzione del governo aumenta d’importanza, e crescono le sue responsabilità.
Diventa decisivo che il pilota abbia una visione lucida, e non ideologicamente distorta, della rotta da seguire, dei fini da raggiungere e dei mezzi per conseguirli; che la manovra sia equa, cioè che i pesi vengano ben distribuiti fra le parti e non sbilancino la nave; e soprattutto che il pilota stesso abbia una volontà chiara e univoca, ovvero che il governo non sia internamente lacerato dallo scontro di linee d’azione contrapposte, che ne paralizzano l’azione o la rendono incerta, e portano la nave ad arenarsi sulle secche o a schiantarsi sugli scogli.