La Parola

Sciopero

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(dal verbo scioperare; dal latino ex-operare, astenersi dal lavorare). Astensione collettiva dal lavoro da parte di lavoratori dipendenti)

Come forma di rivendicazione salariale e normativa lo sciopero nasce insieme alla manifattura e all'età industriale. Nel corso della storia è stato ritenuto dapprima un reato (in Italia fino al 1889), spesso sanguinosamente represso dalle forze di polizia o da milizie al soldo degli imprenditori, poi un atto legale che poteva nondimeno costare il licenziamento; infine, dopo la parentesi fascista (durante la quale fu senz'altro proibito), dalla Costituzione democratica lo sciopero è ritenuto un diritto di libertà individuale a esercizio collettivo, regolato, secondo l'art. 40 della Carta, da leggi che però non sono mai state emanate. Quindi lo sciopero è oggi ritenuto sempre lecito, tranne che il suo esercizio non interferisca con il godimento di diritti primari (vita, salute, sicurezza, ecc.).

Forma di autotutela e di lotta dei lavoratori, espressione delle loro organizzazioni storiche (partiti e sindacati di sinistra), lo sciopero assume molte possibili forme; può essere una manifestazione normale (per quanto dura, soprattutto in alcuni casi, come per esempio lo sciopero a scacchiera, o lo sciopero a gatto selvaggio, o a singhiozzo) del conflitto d'interessi fra capitale e lavoro, e avere quindi un contenuto economico settoriale, limitato a determinate vertenze, oppure può proporsi come obiettivo non solo di arrecare danno ai datori di lavoro in termini di mancata produzione  ma anche di esprimere una protesta generale contro indirizzi politici nazionali. In questa sua forma di 'sciopero generale politico', è stato a suo tempo concepito dai sindacalisti di sinistra (Sorel soprattutto) come mitica e suprema prova di forza rivoluzionaria contro lo Stato e il capitale, e come momento cruciale della conquista dell'autonomia da parte dei lavoratori. In Italia il primo sciopero generale, che si proponeva questi obiettivi, fu indetto nel 1904; la mancata reazione violenta da parte dello Stato ne spense però l'energia.
   
Allo sciopero sono connessi alcuni rischi; in primo luogo, è una prova di forza che costa sacrifici ai lavoratori e che può  anche fallire (come avvenne in Inghilterra e negli Usa durante il premierato della signora Thatcher e la presidenza Reagan); inoltre, elementi di coercizione e di violenza possono inserirsi nel corso delle manifestazioni (lotta al crumiraggio, picchettaggio violento); si aggiunga che lo sciopero può dividere i lavoratori e le organizzazioni sindacali, con possibile indebolimento dell'efficacia della lotta; infine, nelle forme sociali e produttive più complesse, è ben difficile che dello sciopero non risentano negativamente oltre ai diretti destinatari, anche moltissimi cittadini, soprattutto nel caso di scioperi del pubblico impiego o dei trasporti o della sanità (a scongiurare i quali può intervenire la precettazione da parte dello Stato).
     
In Italia una grande stagione di scioperi fu quella del 1969 - l'autunno caldo - in cui le rivendicazioni economiche e normative acquisirono anche valenze politiche e sociali, determinando le condizioni per l'ultima fase di riformismo della Prima repubblica (oltre che per la reazione della 'strategia della tensione'). Nel contesto attuale di crisi economica e di allentamento delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, allo sciopero si ricorre con riluttanza sia per il suo costo economico sia per la vulnerabilità e ricattabilità di molti lavoratori.

Da parte sua, lo sciopero generale - che da decenni ha perduto le sue valenze mitiche e rivoluzionarie - benché oggi reso più difficile dalla rottura dell'unità sindacale, acquisisce sempre più spesso il significato di una rivendicazione di istanze di democrazia, di giustizia, di uguaglianza, di nuova centralità  del lavoro, che vanno al di là del tradizionale mondo dei salariati per coinvolgere anche donne, giovani, precari, uniti in una richiesta di cambiamento che la politica fatica  non poco a esprimere e a realizzare.