La Parola

Indagato

2 minuti di lettura
Participio passato passivo del verbo indagare (lat. indagare): persona sottoposta a indagine, ad accertamenti volti a ricercare la verità dei fatti  -  in modo speciale dalle forze di polizia giudiziaria e dalla magistratura, perché emergano infrazioni e reati, e siano eventualmente istruiti processi  - . 

Le indagini servono a verificare o a smentire una notitia criminis, al fine di decidere se si debba esercitare o no l'azione penale. Essere indagati non è per nulla identico a essere imputati, e meno che mai a essere colpevoli.

   Sulla base dell'art. 68 della Costituzione italiana, secondo la sua formulazione riformata nel 1993, i deputati e i senatori possono essere indagati  senza l'autorizzazione della Camera d'appartenenza. Questa possibilità  -  generata dalla reazione dei cittadini alla corruzione portata alla luce dall'inchiesta Mani pulite  -   fa sì che sia relativamente frequente la circostanza che uomini politici siano sottoposti a indagini preliminari da parte di polizia e magistratura. E fa quindi sì che per essi venire indagati abbia anche un significato politico.

    Se infatti sul terreno giuridico la presunzione d'innocenza vale per chiunque, se le valutazioni di ordine morale sono opinabili e non possono avere valore sanzionatorio, che un uomo politico sia sottoposto a indagine apre in ogni caso momenti di frizione e di conflitto. In primo luogo, fra la politica e la giustizia, fra il ceto dei politici e quello dei magistrati, ovvero fra i poteri dello Stato, dato che le indagini possono disturbare l'azione politica e distrarre il politico dai suoi doveri, e anche perché il politico può utilizzare il proprio potere per deviare le indagini o per sottrarsi a esse.

    E in secondo luogo perché l'essere indagato, e ancor più l'essere rinviato a giudizio, apre una contraddizione tra la persona privata  del politico  -  è alla persona che si riferiscono le indagini, ed è sulla persona che si esercita l'azione penale  -  e la sua funzione pubblica. E questa contraddizione mina la credibilità del politico, della  sua azione e della sua figura, poiché apre l'eventualità o il sospetto che l'universalità dell'azione politica sia distorta dal suo interesse privato all'autodifesa (che si esercita anche durante le indagini). Un politico indagato si trova quindi protagonista del conflitto fra due legittimità: quella della tutela personale, e quella della responsabilità verso la dimensione generale della politica.

     Per tutti questi motivi, il politico indagato vive una condizione drammatica che non può essere ignorata o minimizzata; non cogliere l'eccezionalità, l'anormalità, della situazione, abituarsi a essa e pretendere che anche i cittadini vi si abituino, o peggio ancora atteggiarsi a perseguitati e parlare a sproposito di 'Stato di polizia', denota scarsa sensibilità civile verso la delicatezza della funzione pubblica. Una scarsa consapevolezza che ha valore politico negativo (anche prima che dalle indagini si passi eventualmente ai processi), perché l'essere investiti del potere implica anche dei pesi, oltre che dei privilegi. In questo caso, il peso di essere, e di sembrare, estranei  a ogni situazione meno che limpida, e di rispettare tutti i poteri dello Stato. Insomma, il dovere di essere se non come la  moglie di Cesare  -  non sfiorabile neppure da un sospetto  -  almeno (per rimanere in tema) di assomigliare a quello che i romani definivano vir probus: un uomo retto, la cui vicende private non entrano in collisione con i suoi compiti pubblici.