(dal latino pensio-pensionis: pesatura, pagamento di quanto è dovuto). Somma pagata al titolare, o ai suoi eredi, da istituzioni previdenziali come remunerazione post-lavorativa, alla fine del servizio (causata da vecchiaia, anzianità, invalidità). Per estensione, la condizione di chi si è ritirato dal lavoro attivo.
Il significato politico della pensione si fa evidente con l’affermarsi della società industriale di massa; nel 1889 in Germania, nel 1919 in Italia, nel 1935 negli Usa, fu organizzato e regolamentato il trattamento pensionistico dei lavoratori, che – al di là delle molte forme che può assumere (a capitalizzazione oppure a ripartizione; con calcolo contributivo o retributivo – il primo vuole mantenere in equilibrio il sistema, mentre il secondo vuole preservare il tenore di vita; pubblica o integrativa) – è una delle principali manifestazioni istituzionali dello Stato sociale. Ovvero, di quella forma politica che si prende cura delle condizioni d’esistenza dei cittadini, per includerli nella vita civile e per evitare che nella società si formino situazioni di bisogno troppo acute, che possono minarne l’efficienza e la stabilità. Questa prevenzione amministrativa del disordine e dell’ingiustizia è la ‘previdenza sociale’.
Il sistema pensionistico non è però solo il frutto di un’attività unilaterale dello Stato, della sua capacità di governare la popolazione. In esso si sommano anche diverse forme di contratto politico: una di queste è il contratto fra il singolo individuo e la sua azienda, e ancor di più lo Stato (in quanto questo è il datore di lavoro, oppure gestisce il sistema pensionistico, o lo garantisce, o lo ha reso obbligatorio per legge). In virtù di questo contratto il singolo rinuncia a costruirsi individualmente una forma di assicurazione per la vecchiaia, e devolve, durante la vita lavorativa, una quota di retribuzione per goderne in avvenire, quando sarà a riposo. Un altro contratto che entra in gioco è quello fra generazioni: i contributi prelevati ai lavoratori attivi sono destinati al pagamento degli assegni di chi è già in pensione. Perché un sistema pensionistico sia sostenibile sono quindi necessarie alcune condizioni: crescita economica e demografica (anche attraverso l’immigrazione), assenza di trasformazioni catastrofiche del sistema finanziario, separazione della previdenza (che si regge sui contributi versati) dall’assistenza (assegni e ammortizzatori sociali) che deve essere finanziata per altre vie (dalle imprese e dalla fiscalità generale).
Ma soprattutto, perché siano garantiti i fini di previdenza sociale e di solidarietà intergenerazionale del sistema pensionistico, la pensione deve essere considerata un diritto fondamentale del cittadino lavoratore, e non un costo da abbattere per fare cassa in tempi difficili. E nella ‘previsione’ che sta alla base dell’istituto della pensione rientra anche la capacità del singolo di prevedere ragionevolmente l’ammontare della pensione e il raggiungimento dell’età pensionabile, per potere organizzare un proprio piano di vita oltre il lavoro, o, come accade oggi, per sopperire col lavoro di assistenza dentro la famiglia alle debolezze e criticità dello Stato sociale. La differenza fra un regime di lavori forzati e un regime di libertà del lavoro come espressione della personalità del cittadino – che implica anche la libertà dal lavoro, una volta conclusa la vita lavorativa – passa quindi anche attraverso il rispetto, da parte di tutti (Stato e lavoratori), del contratto politico e delle solidarietà implicite che stanno alla base del sistema pensionistico.
Ritocchi e aggiustamenti, riequilibri e riforme – che eliminano qualche privilegio, che prendono atto delle necessità oggettive che derivano dall’allungamento della vita media, ma che quasi sempre vanno in senso peggiorativo per il cittadino – devono essere soppesate con grandissima prudenza, non solo perché colpiscono una fascia sociale quasi tutta debole (i pensionati) ma soprattutto perché possono generare disorientamento e ingiustizie, a volte scandalose e ledere una delle principali fonti della legittimità democratica: la sicurezza individuale e collettiva nel presente e nel futuro, l’equilibrio civile fra diritti e doveri, il controllo del singolo sui ritmi della propria esistenza.
Il significato politico della pensione si fa evidente con l’affermarsi della società industriale di massa; nel 1889 in Germania, nel 1919 in Italia, nel 1935 negli Usa, fu organizzato e regolamentato il trattamento pensionistico dei lavoratori, che – al di là delle molte forme che può assumere (a capitalizzazione oppure a ripartizione; con calcolo contributivo o retributivo – il primo vuole mantenere in equilibrio il sistema, mentre il secondo vuole preservare il tenore di vita; pubblica o integrativa) – è una delle principali manifestazioni istituzionali dello Stato sociale. Ovvero, di quella forma politica che si prende cura delle condizioni d’esistenza dei cittadini, per includerli nella vita civile e per evitare che nella società si formino situazioni di bisogno troppo acute, che possono minarne l’efficienza e la stabilità. Questa prevenzione amministrativa del disordine e dell’ingiustizia è la ‘previdenza sociale’.
Il sistema pensionistico non è però solo il frutto di un’attività unilaterale dello Stato, della sua capacità di governare la popolazione. In esso si sommano anche diverse forme di contratto politico: una di queste è il contratto fra il singolo individuo e la sua azienda, e ancor di più lo Stato (in quanto questo è il datore di lavoro, oppure gestisce il sistema pensionistico, o lo garantisce, o lo ha reso obbligatorio per legge). In virtù di questo contratto il singolo rinuncia a costruirsi individualmente una forma di assicurazione per la vecchiaia, e devolve, durante la vita lavorativa, una quota di retribuzione per goderne in avvenire, quando sarà a riposo. Un altro contratto che entra in gioco è quello fra generazioni: i contributi prelevati ai lavoratori attivi sono destinati al pagamento degli assegni di chi è già in pensione. Perché un sistema pensionistico sia sostenibile sono quindi necessarie alcune condizioni: crescita economica e demografica (anche attraverso l’immigrazione), assenza di trasformazioni catastrofiche del sistema finanziario, separazione della previdenza (che si regge sui contributi versati) dall’assistenza (assegni e ammortizzatori sociali) che deve essere finanziata per altre vie (dalle imprese e dalla fiscalità generale).
Ma soprattutto, perché siano garantiti i fini di previdenza sociale e di solidarietà intergenerazionale del sistema pensionistico, la pensione deve essere considerata un diritto fondamentale del cittadino lavoratore, e non un costo da abbattere per fare cassa in tempi difficili. E nella ‘previsione’ che sta alla base dell’istituto della pensione rientra anche la capacità del singolo di prevedere ragionevolmente l’ammontare della pensione e il raggiungimento dell’età pensionabile, per potere organizzare un proprio piano di vita oltre il lavoro, o, come accade oggi, per sopperire col lavoro di assistenza dentro la famiglia alle debolezze e criticità dello Stato sociale. La differenza fra un regime di lavori forzati e un regime di libertà del lavoro come espressione della personalità del cittadino – che implica anche la libertà dal lavoro, una volta conclusa la vita lavorativa – passa quindi anche attraverso il rispetto, da parte di tutti (Stato e lavoratori), del contratto politico e delle solidarietà implicite che stanno alla base del sistema pensionistico.
Ritocchi e aggiustamenti, riequilibri e riforme – che eliminano qualche privilegio, che prendono atto delle necessità oggettive che derivano dall’allungamento della vita media, ma che quasi sempre vanno in senso peggiorativo per il cittadino – devono essere soppesate con grandissima prudenza, non solo perché colpiscono una fascia sociale quasi tutta debole (i pensionati) ma soprattutto perché possono generare disorientamento e ingiustizie, a volte scandalose e ledere una delle principali fonti della legittimità democratica: la sicurezza individuale e collettiva nel presente e nel futuro, l’equilibrio civile fra diritti e doveri, il controllo del singolo sui ritmi della propria esistenza.