L'insieme delle spese che la comunità sostiene per dotarsi di istituzioni e apparati politici e amministrativi.
La politica come sottosistema della società impiega in Italia - direttamente o indirettamente - circa 1,3 milioni, fra professionisti della politica (parlamentari, ministri, amministratori regionali, provinciali, comunali), membri dei consigli d'amministrazione delle Società, Agenzie e Autorità partecipate dalle Pubbliche Amministrazioni, consulenti di enti pubblici, vertici delle ASL, personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto delle pubbliche autorità (che spesso sono uomini di partito, remunerati con pubblico denaro). Il costo complessivo è di circa 18 miliardi di euro l'anno.
In tempi di crisi è giusto essere oculati e parsimoniosi anche su questo versante, senza e senza ma. Anche con le misure più drastiche - accorpamento di Comuni, eliminazione delle province e di molte Agenzie dalla più che dubbia utilità, dimezzamento dei parlamentari, forti tagli sulle consulenze, sulle spese di rappresentanza e sulle auto blu - non si tuttavia può realisticamente pensare di risparmiare più del 25% di tale cifra. Più di quattro miliardi all'anno non sono una somma indifferente; ma neppure decisiva in tempi in cui le manovre valgono decine di miliardi. In realtà, la centralità della questione 'costi della politicà nasce da motivi che trascendono il suo rilievo economico, pur notevole; ed ha soprattutto un valore simbolico.
Si compendia in essa un giudizio di inutilità e di inefficienza del sistema politico, insieme alla percezione che chi ne fa parte goda di privilegi offensivi del sentimento di uguaglianza che è l'essenza della democrazia. Un sentimento che può anche essere un risentimento, una manifestazione di invidia o di rivalsa, ma che è giustificato sia dai sacrifici cui sono sottoposti tutti i cittadini sia dalla apparente intoccabilità della Casta sia dal discredito in cui la politica è caduta presso l'opinione pubblica.
Non a caso, l'attenzione si appunta soprattutto sugli stipendi dei parlamentari, che in quanto rappresentanti del popolo sono i più esposti all'indagine, e allo sdegno. Un'attenzione che è resa ancora più acuta e turbata dalla apparente impossibilità di determinare con cura l'ammontare reale di indennità, rimborsi, gratuità varie per viaggi, diarie, spese per i collaboratori (anche quando questi non ci sono), spese di segreteria, vitalizi, servizi; e dalla conseguente difficoltà a comparare il trattamento dei politici italiani con quello dei loro colleghi europei. Alla fine, pare che gli emolumenti lordi dei nostri siano superiori a quelli di tutti gli altri; ma che i valori netti siano più o meno livellati rispetto alla media europea.
Sul tema sono possibili alcune considerazioni di buon senso. La prima è che la politica deve costare, perché chi vi si impegna deve essere retribuito: l'alternativa è che faccia politica solo chi è benestante. La seconda è che la politica deve rendere qualcosa ai cittadini, in proporzione a quanto costa; è un conto che va fatto, anche se calcolare il rapporto costi/benefici di un sistema politico non è semplice, perché entrano in gioco anche beni immateriali come la libertà e la democrazia, che non hanno prezzo. La terza è che proprio la differenza (comparata su scala europea) fra emolumenti lordi e netti dei nostri parlamentari dimostra che abbiamo il fisco più esoso d'Europa, come del resto ogni contribuente onesto già sa. Potrebbe quindi essere un'idea quella di contare, fra i costi della politica, non solo stipendi e vitalizi, ma anche le distorsioni sistematiche che la cattiva politica comporta nella vita del Paese: tasse alte, evasione alta, corruzione alta, efficienza delle politiche pubbliche bassa. Sarebbe, questo, un buon modo per passare dalla rabbia al progetto, dall'antipolitica alla politica.
La politica come sottosistema della società impiega in Italia - direttamente o indirettamente - circa 1,3 milioni, fra professionisti della politica (parlamentari, ministri, amministratori regionali, provinciali, comunali), membri dei consigli d'amministrazione delle Società, Agenzie e Autorità partecipate dalle Pubbliche Amministrazioni, consulenti di enti pubblici, vertici delle ASL, personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto delle pubbliche autorità (che spesso sono uomini di partito, remunerati con pubblico denaro). Il costo complessivo è di circa 18 miliardi di euro l'anno.
In tempi di crisi è giusto essere oculati e parsimoniosi anche su questo versante, senza e senza ma. Anche con le misure più drastiche - accorpamento di Comuni, eliminazione delle province e di molte Agenzie dalla più che dubbia utilità, dimezzamento dei parlamentari, forti tagli sulle consulenze, sulle spese di rappresentanza e sulle auto blu - non si tuttavia può realisticamente pensare di risparmiare più del 25% di tale cifra. Più di quattro miliardi all'anno non sono una somma indifferente; ma neppure decisiva in tempi in cui le manovre valgono decine di miliardi. In realtà, la centralità della questione 'costi della politicà nasce da motivi che trascendono il suo rilievo economico, pur notevole; ed ha soprattutto un valore simbolico.
Si compendia in essa un giudizio di inutilità e di inefficienza del sistema politico, insieme alla percezione che chi ne fa parte goda di privilegi offensivi del sentimento di uguaglianza che è l'essenza della democrazia. Un sentimento che può anche essere un risentimento, una manifestazione di invidia o di rivalsa, ma che è giustificato sia dai sacrifici cui sono sottoposti tutti i cittadini sia dalla apparente intoccabilità della Casta sia dal discredito in cui la politica è caduta presso l'opinione pubblica.
Non a caso, l'attenzione si appunta soprattutto sugli stipendi dei parlamentari, che in quanto rappresentanti del popolo sono i più esposti all'indagine, e allo sdegno. Un'attenzione che è resa ancora più acuta e turbata dalla apparente impossibilità di determinare con cura l'ammontare reale di indennità, rimborsi, gratuità varie per viaggi, diarie, spese per i collaboratori (anche quando questi non ci sono), spese di segreteria, vitalizi, servizi; e dalla conseguente difficoltà a comparare il trattamento dei politici italiani con quello dei loro colleghi europei. Alla fine, pare che gli emolumenti lordi dei nostri siano superiori a quelli di tutti gli altri; ma che i valori netti siano più o meno livellati rispetto alla media europea.
Sul tema sono possibili alcune considerazioni di buon senso. La prima è che la politica deve costare, perché chi vi si impegna deve essere retribuito: l'alternativa è che faccia politica solo chi è benestante. La seconda è che la politica deve rendere qualcosa ai cittadini, in proporzione a quanto costa; è un conto che va fatto, anche se calcolare il rapporto costi/benefici di un sistema politico non è semplice, perché entrano in gioco anche beni immateriali come la libertà e la democrazia, che non hanno prezzo. La terza è che proprio la differenza (comparata su scala europea) fra emolumenti lordi e netti dei nostri parlamentari dimostra che abbiamo il fisco più esoso d'Europa, come del resto ogni contribuente onesto già sa. Potrebbe quindi essere un'idea quella di contare, fra i costi della politica, non solo stipendi e vitalizi, ma anche le distorsioni sistematiche che la cattiva politica comporta nella vita del Paese: tasse alte, evasione alta, corruzione alta, efficienza delle politiche pubbliche bassa. Sarebbe, questo, un buon modo per passare dalla rabbia al progetto, dall'antipolitica alla politica.