La Parola

Declassamento

(da 'de-', con significato di allontanamento e  'classè [latino classis], in quanto raggruppamento di oggetti che hanno caratteri comuni). Abbassamento di livello, degradazione.
 

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Il termine indica comunemente un processo di declino sociale, cioè la discesa di una persona, o di una famiglia, nelle gerarchie della società, e nella considerazione pubblica. Ne sono conseguenze l'impoverimento e l'avvilimento. Ma con declassamento si intende anche la inferiore valutazione del debito di un Paese sovrano, a opera di agenzie internazionali deputate a stabilirne il grado di appetibilità per gli investitori  finanziari. Il declassamento del debito segnala che è più rischioso prestare denaro al Paese debitore, con la  conseguente maggiore difficoltà, per questo, di trovare finanziatori, e con la susseguente necessità di offrire tassi d'interesse più alti per invogliare gli acquirenti. Anche i titoli di debito pregresso e la moneta del Paese declassato subiscono una proporzionale perdita di valore.

Sul significato politico del declassamento si possono fare riflessioni di ordine differente. In primo luogo, vi si può vedere una delle più notevoli manifestazioni della crisi dello Stato che, nell'età globale, si trova a dipendere da entità economiche straniere,  e per di più private. Se sulla scena del mondo gli Stati, benché formalmente uguali, sono sempre stati in realtà diversi fra loro, quanto a sviluppo economico, potenza militare, influenza politica, produzione culturale, ai motivi di diversità oggi si aggiunge - e  rischia di diventare prevalente - anche il giudizio sul debito, che distingue i Paesi in rispettabili e inaffidabili, e costringe questi ultimi a dolorose politiche di austerità per ritrovare credito (cioè per risalire la china). Di fatto, un  Paese declassato è un Paese meno libero, più esposto a pressioni e più sottoposto all'imposizione (dall'interno o dall'esterno) di politiche economiche di severo risanamento.
L'alternativa è rifiutare queste politiche, e fallire: ossia non essere più in grado di far fronte ai debiti, di pagare gli stipendi ai pubblici dipendenti, di approvvigionarsi di valuta pregiata per pagare le importazioni. Le conseguenze politiche di tutto ciò sono ben intuibili, in termini di destabilizzazione del sistema.

Un altro ordine di riflessioni è invece sulle cause del declassamento. Che sono politiche come le conseguenze. La causa principale è, evidentemente, economica, cioè l'avere accumulato nel tempo un debito imponente, i cui interessi sono molto onerosi e possono esser pagati solo con l'emissione di nuovo debito.  E questo è indirettamente un problema politico di gestione dello Stato sociale. Un'altra causa, però, è direttamente l'assenza di credibilità politica di un Paese. Ovvero l'idea internazionalmente diffusa che le promesse di risanamento economico che un Paese ha fatto siano non sincere, o impossibili da mantenere per la specifica conformazione politica del Paese stesso (e questo può essere il caso dell'Italia, in cui il governo Monti, pur stimato,  potrebbe non essere accreditato come capace di vincere le resistenze delle corporazioni). Oppure, come nel caso dell'intera zona euro, l'idea che la governance della moneta, fondata (per volontà della Germania, che però dal declassamento non è stata interessata) sul solo rigore di bilancio e non su una politica economica espansiva - che implichi, a breve, un ulteriore indebitamento dello Stato ma che consenta la crescita dell'occupazione e del Pil  - , sia depressiva e distruttiva. Infine, il declassamento può anche essere parte di un complessivo attacco geoeconomico al Paese, o ai Paesi, che ne sono colpiti.

In fondo, quindi, il declassamento è un giudizio sul debito che non tiene conto solo del debito, ma di molti e complessi fattori politici. E' una sorta di contemporaneo Tribunale della Storia, che avrebbe bisogno di essere fronteggiato da grandi idee e da grandi personalità politiche. Che sono, purtroppo, il bene del quale i Paesi declassati sono più deficitari.