La Parola

Liberalizzazione

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Attuazione dei principi del liberismo, o della libertà di mercato – intesa come libera circolazione di merci e persone, o come libertà di esercitare attività e professioni – volta a eliminare o ridurre dazi, vincoli, blocchi, privilegi, contingentamenti, monopoli.

Il liberalismo classico – a partire dalla fine del Settecento – rompe con il mercantilismo, cioè con l’economia regolata  dal potere politico, e afferma l’esigenza di aprire vie finora chiuse, di instaurare la libertà di commercio, di rafforzare il principio della libertà dei mari, di porre fine ai privilegi concessi dal potere politico a corporazioni di ogni tipologia.  E afferma al tempo stesso una concezione competitiva dell’economia, in cui deve prevalere chi riesce meglio degli altri a fare incontrare l’offerta e la domanda, cioè a far funzionare il mercato, senza che le dinamiche e le logiche di questo siano distorte da interventi pubblici. La concorrenza è affermata come principio di libertà, di efficienza e di efficacia: i suoi effetti  sono benefici per i produttori (vengono infatti selezionati i più capaci) e anche per i  consumatori, che hanno maggiore possibilità di scelta tra offerte diverse e prezzi diversi.

Ma la  politica  ha anche interesse a intervenire, con varie motivazioni (giustizia sociale, controllo sulla società, sicurezza nazionale,  istinto di potenza), per proteggere settori industriali fragili o nascenti, e anche a esercitare  controllo su competenze, abilità e modalità di svolgimento di attività economiche private, di largo impatto sui cittadini. D’altra parte – soprattutto  in contesti storici e geografici meno dinamici fra cui l’Italia del Novecento e anche di oggi –  anche gli interessi sociali diffusi trovano utile sollecitare alla politica leggi che affidano il monopolio dell’esercizio di certe attività a ordini professionali con personalità giuridica, l’appartenenza ai quali è obbligatoria perchè si possa lavorare; oppure leggi che riservano certe attività – soprattutto servizi pubblici – a numeri limitati di operatori, i quali devono essere in possesso di una licenza ottenuta dalle pubbliche autorità.


Così, per concorso sia della politica sia dell’economia, si forma una società  corporativizzata dalla concessione di permessi e privilegi, della cui eventuale utilità e giustificazione si è persa la memoria; questa società ha verso  la politica un rapporto di clientela (cioè porta, in cambio di benefici, consenso e voti). Ne risultano una politica inquinata e una società non fluida ma impacciata.


Se oggi in Italia sia pure con timidezza  e reticenze si attuano liberalizzazioni – si rendono cioè più facili certe attività –  ciò significa che la  politica è cambiata, meno per le pressioni delle parti svantaggiate della società (cioè dei consumatori) che per impulso di istanze esterne come le direttive della Ue, o anche per la necessità di competere in un’economia globale. E ciò significa anche che nel far saltare il circolo vizioso fra economia e politica si è fatto un primo passo verso la libertà non solo economica ma anche civile, cioè di tutti i cittadini. Le liberalizzazioni non sono un tributo al dio-mercato ma un successo della politica. Un successo che sarà tanto maggiore  se oltre a colpire (non troppo) le lobby la politica riuscirà anche a limare almeno un po’ il potere delle grandi concentrazioni economiche.