La Parola

Lavoro

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(dal latino labor, fatica, pena, sforzo).  L'opera che è il frutto di un'attività cosciente e metodica, o anche l'insieme delle azioni, rivolte alla produzione di beni di qualunque genere.

Il lavoro nel mondo classico e anche in quello ebraico non ha nulla di nobile; è una punizione del peccato (secondo la Bibbia), oppure è un'attività inferiore, tipica degli schiavi, delle donne, o dei poveri. Altre sono le dimensioni degne dell'uomo libero: la guerra, la politica, la scienza, la filosofia, le arti.  E' il cristianesimo  -  a partire da san Benedetto  -   a fare del lavoro una delle vie della salvezza; e quindi a nobilitarlo, almeno in linea di principio. Ma, certo, nella realtà politica e sociale,  il lavoro resta una funzione subordinata a quelle della guerra, del comando politico, del sacerdozio. Solo l'età moderna porta il lavoro al centro della scena; il mondo protestante e il nascente capitalismo fanno del lavoro, produttivo di ricchezza individuale e collettiva, il cuore della società e il veicolo dell'autoaffermazione  di ceti nuovi e aggressivi,  come i borghesi.  Nella civiltà borghese il lavoro cessa di essere prevalentemente agricolo e si fa urbano e industriale; si mettono così le basi perché il lavoro non sia solo un'opera umana che obbedisce alla dura necessità, ma un veicolo di dignità e di libertà; non solo un metodo di produzione di merci ma una via per produrre se stessi; non solo un fattore di utilità, ma il cemento della società, il più autentico legame sociale. La tradizione socialista pur rilevando che quello borghese è lavoro alienato, che deve essere emancipato e orientato a favore non  di pochi capitalisti ma di tutti i lavoratori, fa propria la moderna centralità del lavoro come diritto e dovere, e  come dimensione ineludibile dell'esistenza. E anche il cattolicesimo, nella sua versione sociale, vede il lavoro come via di crescita e di promozione della persona.

La Costituzione democratica fondando la repubblica sul lavoro riconosce  la realtà storica della  civiltà contemporanea  -  che è un'immane impresa di lavoro, sempre più complessa e sviluppata  -  , e prevede che il lavoro (e non, ad esempio, la cultura, la razza, la religione, il censo) sia la via attraverso la quale si forma la cittadinanza: questa, accanto alla sua espressione  giuridica (i diritti) ha quindi una originaria valenza materiale e al tempo stesso etica: il lavoro,  in quanto  via che  -  sia pure attraverso dure lotte e contraddizioni  -  consente la socializzazione dell'uomo, la sua inclusione  nella comunità, la sua libera fioritura individuale. L'attenzione prestata al lavoro dalla Costituzione  -  l'intero Titolo III  -  ha poi legittimato lo Statuto del lavoratori (1970)  -   ovvero l'estensione della costituzione democratica all'interno delle fabbriche e dei luoghi di lavoro  - , da cui emerge con chiarezza che il lavoro non è solo un affare privato (tra lavoratore e datore di lavoro) ma anche un'attività sociale generatrice di diritti soggettivi, alla cui tutela è interessata tutta la collettività attraverso strumenti pubblici come la legge.

Il ruolo del lavoro come fondamento della democrazia, come produzione di umanità, di socialità, di cittadinanza,   di diritti, è messo in discussione dall'evoluzione del  capitalismo contemporaneo e dalle sue ideologie, che vedono nel lavoro una merce, un costo, e in ogni caso un'appendice del processo produttivo, alle cui esigenze deve adattarsi e piegarsi, diventando precario, flessibile, e perdendo le tutele reali e simboliche (l'articolo 18) di cui è ancora munito. La sfida delle società  avanzate è oggi di conservare e anzi rinvigorire lo sviluppo economico, ma anche di salvaguardare il lavoro, i suoi diritti e la sua destinazione individuale ma non privatistica, e al tempo stesso il suo rilievo pubblico di fondamento della democrazia.