La Parola

Famiglia

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(dal latino familia). Tradizionalmente la famiglia è la comunità domestica, che comprende i genitori e i figli, nonché eventualmente altri congiunti.

La famiglia è una realtà enormemente complessa. In essa sono presenti elementi tanto di naturalità  -  il suo ruolo essenziale è la riproduzione della specie e l'allevamento dei figli  -  quanto di artificialità, di ritualità, di istituzione.  Che la famiglia possa essere intesa come la cellula primaria della società non toglie, inoltre, che nel corso della storia la famiglia si sia presentata in modalità molto diverse: ora allargata ora ristretta, ora centrata sulla casa come luogo della produzione dei rapporti di dominio ora invece come luogo degli affetti che non ha nulla a che vedere con l'attività produttiva, che si svolge fuori di essa.

Dopo che per millenni la famiglia è stata il paradigma etico-politico dell'intera società, lo spazio in cui si elaboravano le forme dell'autorità (il patriarcato) che valevano su scala più ampia, nell'età moderna si assiste invece a una progressiva spoliticizzazione della famiglia, che diviene una sfera privata, incapace di produrre un sistema  di norme, e anzi destinato a uniformarsi alla legalità prodotta dallo Stato e universalmente vigente nella società.

Dal punto di vista della politica moderna, una eventuale forza politica della famiglia è residuale, un  retaggio di legami fondati sul sangue, sull'appartenenza di gruppo, sulla gerarchia (sul primato del padre): un sistema di fedeltà chiuso in sé, che contrasta con la lealtà verso la legge, con l'apertura del cittadino alla dimensione universale dello Stato. I doveri verso la famiglia, prevalentemente etici, non devono contrastare con le norme fondamentali della civile convivenza. In caso contrario, la famiglia si trasforma nella sede di dinamiche perverse, nella culla del 'familismo amoralè che porta a conferire valore primario a una dimensione, quella appunto della famiglia, che invece dovrebbe cedere il passo alla politica e alle sue leggi.  'Famiglià è  così il nome di un'appartenenza particolare  -  in certi casi naturale, in altri conquistata attraverso un'affiliazione  -  che è di fatto alternativa e concorrente rispetto allo Stato, e quindi è una realtà illegale. Famiglia  diviene quindi sinonimo, realmente oppure simbolicamente, di società separata, segreta: di 'mafia'.
   
Il prevalere delle logiche familiari su quelle legali, di lealtà interne anziché universali, è stato a lungo associato all'arretratezza culturale e civile, a una struttura premoderna della società, riscontrabile prevalentemente nelle regioni meridionali d'Italia. Oggi, invece, proprio il fatto che il sedicente partito del Nord, la Lega, sia al centro di una inchiesta giudiziaria per immani distrazioni (secondo alcuni gestite dalla moglie) di denaro pubblico a favore dei figli del leader, Bossi, rende manifesto ciò che già era da tempo visibile a chi lo voleva vedere: che cioè il familismo è distribuito equamente tra Nord e Sud, che la rottura della legalità per favorire i familiari non è un retaggio borbonico ma alligna ovunque, anche nella illuminata e 'austriacà Lombardia.
     
La logica del "tengo famiglia" e dei figli che sono "piezz' e core" si esprime in tutti i dialetti d'Italia e non solo in quelli del Sud; al più, la differenza sta nel fatto che, se il familismo alligna anche tra i 'barbarì anti-romani del Nord, fra i Celti o i Germani dalla moralità a torto presunta superiore, quella che nella nostra lingua neolatina si dice 'famiglià potrà essere definita con un termine non latino, cioè col vocabolo di origine celtica 'clan'. Ma il risultato è il medesimo: sangue contro diritto, legami tribali contro legalità, casa contro agorà.