(dal latino palus; a sua volta dal greco plados, umidità). Estensione di territorio - solitamente malsano e ricco di sabbie mobili - coperto da acqua stagnante e non molto profonda. In senso metaforico, situazione o contesto caratterizzato da pigrizia, inerzia, miasmi, corruzione.
Alla palude in questo senso traslato si oppongono tanto la montagna quanto l'aria fresca, il vento. Un esempio del primo caso si è verificato durante la rivoluzione francese, quando nell'Assemblea legislativa e nella Convenzione - cioè fra il 1791 e il 1795 - si è formato un vasto settore di deputati moderati, un Centro non schierato, privo di ideali e di autonoma fisionomia, definito Palude, dal quale si distingueva appunto la Montagna (come venivano chiamati i Giacobini). L'altitudine si contrapponeva così alla bassezza, la rocciosità alla mollezza amorfa, il rigore morale al conformismo, l'azione decisa all'immobilismo.
La seconda metafora per indicare l'opposizione alla palude è quella di cui si serve il filosofo tedesco Hegel, secondo il quale la guerra è simile al vento che preserva le acque dall'imputridire, come avverrebbe se regnasse la pace perpetua. In questa immagine - ai nostri occhi più che discutibile - l'opposto della palude è un'energia purificatrice benché violenta, capace di impedire la lenta decomposizione di un corpo politico.
In ogni caso, è vero che in generale con 'paludè si intende, nell'ambito politico, un torpido status quo in cui viene a sprofondare ogni iniziativa, un'inerzia ipocrita che nasconde sotto una superficie immobile il fermentare di processi di marcescenza.
Il rischio-palude, nella politica italiana di oggi, nasce dalla paralisi in cui incorrono i partiti che sono sì costretti a cooperare ma che su molte materie si pongono veti reciproci, per tutelare gli interessi di alcuni settori del loro elettorato. In tal modo l'azione del governo 'tecnicò da essi sostenuto viene imbrigliata, e le sue non esorbitanti capacità d'azione vengono quasi spente.
Oltre che alle metafore della montagna e del vento (cioè del giacobinismo e del decisionismo o della guerra) si può però ricorrere, per contrastare l'impaludamento, alla metafora della bonifica, ovvero all'opera di incanalamento e di coltivazione della palude, che ne risulta trasformata o in terra fertile o in un corso d'acqua in movimento che scorre, relativamente limpido, in una precisa direzione. La ripresa del fisiologico funzionamento della politica, della dialettica fra i partiti e dell'aperto rapporto di questi con la società, è insomma il vero antidoto alla stagnazione civile, al formarsi nel nostro Paese di un bacino d'acque putride in cui fermentano indisturbati i fenomeni degenerativi.
Alla palude in questo senso traslato si oppongono tanto la montagna quanto l'aria fresca, il vento. Un esempio del primo caso si è verificato durante la rivoluzione francese, quando nell'Assemblea legislativa e nella Convenzione - cioè fra il 1791 e il 1795 - si è formato un vasto settore di deputati moderati, un Centro non schierato, privo di ideali e di autonoma fisionomia, definito Palude, dal quale si distingueva appunto la Montagna (come venivano chiamati i Giacobini). L'altitudine si contrapponeva così alla bassezza, la rocciosità alla mollezza amorfa, il rigore morale al conformismo, l'azione decisa all'immobilismo.
La seconda metafora per indicare l'opposizione alla palude è quella di cui si serve il filosofo tedesco Hegel, secondo il quale la guerra è simile al vento che preserva le acque dall'imputridire, come avverrebbe se regnasse la pace perpetua. In questa immagine - ai nostri occhi più che discutibile - l'opposto della palude è un'energia purificatrice benché violenta, capace di impedire la lenta decomposizione di un corpo politico.
In ogni caso, è vero che in generale con 'paludè si intende, nell'ambito politico, un torpido status quo in cui viene a sprofondare ogni iniziativa, un'inerzia ipocrita che nasconde sotto una superficie immobile il fermentare di processi di marcescenza.
Il rischio-palude, nella politica italiana di oggi, nasce dalla paralisi in cui incorrono i partiti che sono sì costretti a cooperare ma che su molte materie si pongono veti reciproci, per tutelare gli interessi di alcuni settori del loro elettorato. In tal modo l'azione del governo 'tecnicò da essi sostenuto viene imbrigliata, e le sue non esorbitanti capacità d'azione vengono quasi spente.
Oltre che alle metafore della montagna e del vento (cioè del giacobinismo e del decisionismo o della guerra) si può però ricorrere, per contrastare l'impaludamento, alla metafora della bonifica, ovvero all'opera di incanalamento e di coltivazione della palude, che ne risulta trasformata o in terra fertile o in un corso d'acqua in movimento che scorre, relativamente limpido, in una precisa direzione. La ripresa del fisiologico funzionamento della politica, della dialettica fra i partiti e dell'aperto rapporto di questi con la società, è insomma il vero antidoto alla stagnazione civile, al formarsi nel nostro Paese di un bacino d'acque putride in cui fermentano indisturbati i fenomeni degenerativi.