La Parola

Casa

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(dal latino casa, abitazione rustica; in greco oikos). La costruzione in cui dimora e vive un nucleo di persone, di norma legate da legami di parentela.

La casa è nella tradizione classica il luogo in cui la famiglia allargata (compresi i servi) svolge l'attività organica di sussistenza, cioè la produzione per il consumo. E la sua amministrazione - cioè l'insieme delle attività di governo della casa e della famiglia - prende appunto il nome di 'economia'. La casa era ben distinta dalle istituzioni politiche in senso proprio; ma in quanto nucleo delle relazioni di comando e obbedienza, di proprietà e di imperio sui subordinati (le donne, i servi), fino alle soglie dell'età moderna la casa e la famiglia ha costituito anche la base concreta della società, il modello dell'amministrazione dello Stato, e, con la stagione protomoderna del lavoro a domicilio, è stata il centro della produzione della ricchezza.

Nella piena età moderna il capitalismo maturo porta il lavoro fuori dalla casa, e lo sposta nelle fabbriche; l'economia conquista così la propria dimensione sociale, mentre la politica non prende più a modello la famiglia e l'amministrazione domestica, ma si dota di concetti e di istituzioni del tutto diverse, fondate sull'uguaglianza fra gli individui, e sulla rappresentanza politica. In parallelo la casa e la famiglia entrano in una dimensione alternativa sia alla politica sia all'economia, cioè nella sfera privata. La casa diviene lo spazio estraneo alla vita economica e alla politica, in cui l'individuo ritrova se stesso, la propria privacy e i propri affetti familiari; è il regno in cui ogni uomo è re, e di cui ogni donna è la regina.

In questa sua dimensione - borghese e piccolo-borghese, ma oggetto delle aspirazioni anche della classe operaia - di libertà rispetto alla vita lavorativa e alle vicende politiche, la casa è un 'bene' tanto nel senso affettivo ("casa dolce casa") quanto nel senso che costituisce spesso l'unica significativa voce del patrimonio familiare. Ma prima di essere il principale investimento economico per la maggioranza delle persone, la casa è un investimento esistenziale; per divenirne proprietari ci si obbliga a sacrifici spesso estremamente gravosi e prolungati nel tempo perché in essa si individua l'unico spazio praticabile per l'affermazione della personalità e per il fiorire delle famiglie.
     
Oggi, nella trasformazione contemporanea di questa architettura di spazi privati, sociali e politici, la casa assume una nuova centralità come fattore economico: l'edilizia è spesso (in mancanza di meglio) l'attività trainante dell'intera base produttiva; sia la speculazione sia i risparmi dei privati vedono nel  'bene' casa un 'rifugio' e un investimento meno insicuro di altri; il fisco sempre più affamato la individua come 'bene immobile', facilmente inquadrabile nel mirino delle tasse.

Ma la casa conosce oggi anche una stagione di rinnovata centralità politica. Non perché essa torni a fornire il modello e la misura della politica, ma al contrario perché è investita pienamente dalla crisi della politica, perché gioca un ruolo primario nelle dinamiche della sua degenerazione e corruzione. Nel momento in cui la politica sembra divenuta un sistema di affari privati del tutto estranei alla dimensione pubblica dell'interesse generale e del bene comune, sempre più frequentemente uomini politici sono sorpresi a ristrutturare le proprie case con denari del partito derivanti da rimborsi elettorali, ad affittare case con canoni agevolatissimi, a possedere case di cui affermano di ignorare la provenienza - la casa, il bene più personale, risulterebbe così di origine sconosciuta, come se fosse qualcosa di impersonale e di irrilevante  - . Questi politici sembrano conferire, come tutti, una reale centralità esistenziale ed economica alla casa; ma a differenza dei normali cittadini ne vengono in possesso con apparente nonchalance, con ben pochi sacrifici e patemi - e proprio grazie alla loro attività politica - .  Così, mentre si conferma il bene privato per eccellenza, la casa diviene al tempo stesso anche il simbolo più clamoroso dei mali pubblici.