Crescita
(dal latino crescere, affine a creare, e a creber, abbondante). L'atto e il risultato dello svilupparsi, dell'ampliarsi.
Il significato primario è organico, con riferimento al naturale accrescimento dell'uomo, degli animali, delle piante. In senso metaforico si parla di crescita anche in relazione ad entità spirituali o astratte (crescita della conoscenza) o a fenomeni e tendenze (crescita della disoccupazione, dei divorzi). Nel lessico politico di oggi crescita è quasi sempre sinonimo di sviluppo economico, cioè significa l'incremento della base produttiva, l'aumento delle grandezze economiche in generale (degli investimenti, delle transazioni, degli occupati, degli scambi commerciali ecc.), e soprattutto l'accrescimento del loro valore aggregato, il Pil.
E' evidente che dietro questo uso del termine c'è l'idea, implicita, che l'economia sia il corpo di un Paese, la sua struttura materiale, e che la sua robustezza e il s…
Il significato primario è organico, con riferimento al naturale accrescimento dell'uomo, degli animali, delle piante. In senso metaforico si parla di crescita anche in relazione ad entità spirituali o astratte (crescita della conoscenza) o a fenomeni e tendenze (crescita della disoccupazione, dei divorzi). Nel lessico politico di oggi crescita è quasi sempre sinonimo di sviluppo economico, cioè significa l'incremento della base produttiva, l'aumento delle grandezze economiche in generale (degli investimenti, delle transazioni, degli occupati, degli scambi commerciali ecc.), e soprattutto l'accrescimento del loro valore aggregato, il Pil.
E' evidente che dietro questo uso del termine c'è l'idea, implicita, che l'economia sia il corpo di un Paese, la sua struttura materiale, e che la sua robustezza e il s…
(dal latino crescere, affine a creare, e a creber, abbondante). L'atto e il risultato dello svilupparsi, dell'ampliarsi.
Il significato primario è organico, con riferimento al naturale accrescimento dell'uomo, degli animali, delle piante. In senso metaforico si parla di crescita anche in relazione ad entità spirituali o astratte (crescita della conoscenza) o a fenomeni e tendenze (crescita della disoccupazione, dei divorzi). Nel lessico politico di oggi crescita è quasi sempre sinonimo di sviluppo economico, cioè significa l'incremento della base produttiva, l'aumento delle grandezze economiche in generale (degli investimenti, delle transazioni, degli occupati, degli scambi commerciali ecc.), e soprattutto l'accrescimento del loro valore aggregato, il Pil.
E' evidente che dietro questo uso del termine c'è l'idea, implicita, che l'economia sia il corpo di un Paese, la sua struttura materiale, e che la sua robustezza e il suo sviluppo quantitativo siano la crescita per eccellenza, e costituiscano la condizione di eventuali ulteriori accrescimenti di altro tipo: ad esempio, la crescita del grado di istruzione, o della vita media, o della qualità della vita (grandezza a sua volta misurabile attraverso appositi indicatori).
La crescita è quindi un evento in sé buono, e pertanto non solo auspicabile ma anche meritevole di essere perseguito con ogni sforzo; sul fatto che la crescita sia l'imperativo della civiltà moderna convengono molte scuole di pensiero, di tutte le parti politiche e di ogni area del mondo (anzi, sul tasso di crescita si stabilisce una sorta di competizione fra le grandi regioni economiche del pianeta). Purché, naturalmente, si tratti di una crescita vera, sana, non drogata - e su questo punto i neo-keynesiani polemizzano contro i rigoristi, nemici della crescita ottenuta grazie al deficit, accusandoli di non favorire lo sviluppo economico e di preoccuparsi soltanto dei conti pubblici - . Per tutti, in ogni caso, il male è nella crisi, nella recessione, nel declino, che non sono soltanto fenomeni economici ma colpiscono anche la società, minandone la coesione e disperdendone il capitale di fiducia e di cooperazione.
La tesi, da molti avanzata, della decrescita, cioè del lento e programmato disarmo dell'apparato economico, e della sua riqualificazione non più verso l'intensità della produzione ma verso la sua sostenibilità ecologica e sociale, e quindi non più verso la l'appropriazione ma verso il riconoscimento della centralità dei beni comuni, è oggi largamente circolante ma non sembra per ora in grado di ribaltare le linee prevalenti della politica economica degli Stati e della organizzazioni internazionali.
Poiché la crescita è ancora il modello e la misura della società, il mito fondante della civiltà, la legittimazione ultima della politica, assume nuova forma e nuova validità, oggi, l'antico concetto di auctoritas, ovvero di autorità, tipico della cultura giuridica e politica romana, e da lì transitato, grazie alla Chiesa che se ne è appropriata, a divenire il cardine della cultura tradizionale europea. Il verbo da cui deriva, augere, significa infatti 'far crescere'; e auctoritas è appunto la facoltà supremamente politica - propria dell'augustus - di far crescere il corpo sociale e civile. Si può quindi dire che il nuovo Augusto sarà chi riuscirà a fare crescere economicamente la società, dimostrando in tal modo di essere il detentore della legittimità a governare.
Il significato primario è organico, con riferimento al naturale accrescimento dell'uomo, degli animali, delle piante. In senso metaforico si parla di crescita anche in relazione ad entità spirituali o astratte (crescita della conoscenza) o a fenomeni e tendenze (crescita della disoccupazione, dei divorzi). Nel lessico politico di oggi crescita è quasi sempre sinonimo di sviluppo economico, cioè significa l'incremento della base produttiva, l'aumento delle grandezze economiche in generale (degli investimenti, delle transazioni, degli occupati, degli scambi commerciali ecc.), e soprattutto l'accrescimento del loro valore aggregato, il Pil.
E' evidente che dietro questo uso del termine c'è l'idea, implicita, che l'economia sia il corpo di un Paese, la sua struttura materiale, e che la sua robustezza e il suo sviluppo quantitativo siano la crescita per eccellenza, e costituiscano la condizione di eventuali ulteriori accrescimenti di altro tipo: ad esempio, la crescita del grado di istruzione, o della vita media, o della qualità della vita (grandezza a sua volta misurabile attraverso appositi indicatori).
La crescita è quindi un evento in sé buono, e pertanto non solo auspicabile ma anche meritevole di essere perseguito con ogni sforzo; sul fatto che la crescita sia l'imperativo della civiltà moderna convengono molte scuole di pensiero, di tutte le parti politiche e di ogni area del mondo (anzi, sul tasso di crescita si stabilisce una sorta di competizione fra le grandi regioni economiche del pianeta). Purché, naturalmente, si tratti di una crescita vera, sana, non drogata - e su questo punto i neo-keynesiani polemizzano contro i rigoristi, nemici della crescita ottenuta grazie al deficit, accusandoli di non favorire lo sviluppo economico e di preoccuparsi soltanto dei conti pubblici - . Per tutti, in ogni caso, il male è nella crisi, nella recessione, nel declino, che non sono soltanto fenomeni economici ma colpiscono anche la società, minandone la coesione e disperdendone il capitale di fiducia e di cooperazione.
La tesi, da molti avanzata, della decrescita, cioè del lento e programmato disarmo dell'apparato economico, e della sua riqualificazione non più verso l'intensità della produzione ma verso la sua sostenibilità ecologica e sociale, e quindi non più verso la l'appropriazione ma verso il riconoscimento della centralità dei beni comuni, è oggi largamente circolante ma non sembra per ora in grado di ribaltare le linee prevalenti della politica economica degli Stati e della organizzazioni internazionali.
Poiché la crescita è ancora il modello e la misura della società, il mito fondante della civiltà, la legittimazione ultima della politica, assume nuova forma e nuova validità, oggi, l'antico concetto di auctoritas, ovvero di autorità, tipico della cultura giuridica e politica romana, e da lì transitato, grazie alla Chiesa che se ne è appropriata, a divenire il cardine della cultura tradizionale europea. Il verbo da cui deriva, augere, significa infatti 'far crescere'; e auctoritas è appunto la facoltà supremamente politica - propria dell'augustus - di far crescere il corpo sociale e civile. Si può quindi dire che il nuovo Augusto sarà chi riuscirà a fare crescere economicamente la società, dimostrando in tal modo di essere il detentore della legittimità a governare.