(dal latino commune)
La comunità politica territoriale, sede nell'età di mezzo dell'autogoverno delle città, poi divenuta, all'interno degli Stati moderni, un ente amministrativo locale, regolato dallo Stato e da altri enti intermedi (in Italia, la Regione).
Il rilievo politico del Comune è dato oggi, in Italia, dal fatto che su di esso si scaricano, in ultima analisi, quasi tutte le difficoltà e le criticità della vita associata. Il Comune, infatti, non solo appronta le principali infrastrutture urbane (urbanistica, viabilità, trasporti, igiene, ecc.) ma è anche un pilastro del welfare (scuole per l'infanzia, assistenza agli anziani, ai poveri, agli immigrati, ecc.), e quindi la sua azione incide immediatamente e concretamente sulla vita dei cittadini. Privato dell'Ici da una decisione del governo Berlusconi, è stato ora privato dal governo Monti anche di buona parte dell'Imu, che anziché rimanere tutta sul territorio, com'era previsto dai decreti sul federalismo fiscale, andrà maggioritariamente allo Stato, che si riserva di trasferire una parte dei proventi del fisco ai Comuni, per le loro esigenze di funzionamento, ma in misura inferiore al passato. Così, anziché raggiungere l'autonomia economica, e la conseguente responsabilità, il Comune serve da esattore allo Stato, gravando sui cittadini, ai quali inoltre toglierà servizi perché il bilancio comunale sarà più povero del passato.
Questa politica di tagli ai servizi che potenzialmente è in grado di devastare il tessuto sociale e di suscitare tensioni gravissime nei territori - minando le prospettive di vita e la sicurezza (in ogni senso) dei cittadini, e negando loro alcuni diritti costituzionalmente garantiti - , è inoltre aggravata dal fatto che i Comuni, in virtù del patto di stabilità interno (nato per ottemperare al patto europeo del 1997, che detta norme molto rigide sulle finanze degli Stati dell'euro), sono costretti a non spendere i propri attivi di bilancio, per ripianare con essi il deficit pubblico; e quindi faticano moltissimo a investire e anche a pagare le imprese che hanno lavorato per loro, con grave danno per l'economia pubblica e privata.
Così, se i Comuni sono in prima linea nel chiedere che la politica centrale sia attenta alla società e non solo ai numeri di bilancio delle Pubbliche Amministrazioni, i cittadini chiedono che i Comuni siano l'ultimo volto umano, vicino e comprensibile, del potere. Stretti fra l'incudine e il martello i Comuni stanno reagendo sia facendo resistenza ad applicare l'Imu, e avanzando molti progetti di modificare (in varie direzioni) questa tassa, sia dando vita a un accordo trasversale e bipartisan (anzi, tripartisan, poiché comprende anche i sindaci della Lega) contro il governo (per quanto riguarda l'Imu).
Pur nella loro difficile posizione, quindi, oggi i Comuni hanno acquisito, di fatto, una nuova centralità politica, divenendo l'ultimo rifugio della legittimità materiale del potere e presentandosi come i possibili protagonisti di una nuova linea di faglia della politica nazionale, che si sposta dal cleavage classico destra/sinistra (sempre meno decisivo a livello locale) a quello centro/territori. Un passaggio dall'amministrazione alla politica che è anche una sorta di recupero, una volta tanto non necessariamente folkloristico né xenofobo ma anzi costituzionale e democratico, della tradizione italiana delle autonomie locali.
La comunità politica territoriale, sede nell'età di mezzo dell'autogoverno delle città, poi divenuta, all'interno degli Stati moderni, un ente amministrativo locale, regolato dallo Stato e da altri enti intermedi (in Italia, la Regione).
Il rilievo politico del Comune è dato oggi, in Italia, dal fatto che su di esso si scaricano, in ultima analisi, quasi tutte le difficoltà e le criticità della vita associata. Il Comune, infatti, non solo appronta le principali infrastrutture urbane (urbanistica, viabilità, trasporti, igiene, ecc.) ma è anche un pilastro del welfare (scuole per l'infanzia, assistenza agli anziani, ai poveri, agli immigrati, ecc.), e quindi la sua azione incide immediatamente e concretamente sulla vita dei cittadini. Privato dell'Ici da una decisione del governo Berlusconi, è stato ora privato dal governo Monti anche di buona parte dell'Imu, che anziché rimanere tutta sul territorio, com'era previsto dai decreti sul federalismo fiscale, andrà maggioritariamente allo Stato, che si riserva di trasferire una parte dei proventi del fisco ai Comuni, per le loro esigenze di funzionamento, ma in misura inferiore al passato. Così, anziché raggiungere l'autonomia economica, e la conseguente responsabilità, il Comune serve da esattore allo Stato, gravando sui cittadini, ai quali inoltre toglierà servizi perché il bilancio comunale sarà più povero del passato.
Questa politica di tagli ai servizi che potenzialmente è in grado di devastare il tessuto sociale e di suscitare tensioni gravissime nei territori - minando le prospettive di vita e la sicurezza (in ogni senso) dei cittadini, e negando loro alcuni diritti costituzionalmente garantiti - , è inoltre aggravata dal fatto che i Comuni, in virtù del patto di stabilità interno (nato per ottemperare al patto europeo del 1997, che detta norme molto rigide sulle finanze degli Stati dell'euro), sono costretti a non spendere i propri attivi di bilancio, per ripianare con essi il deficit pubblico; e quindi faticano moltissimo a investire e anche a pagare le imprese che hanno lavorato per loro, con grave danno per l'economia pubblica e privata.
Così, se i Comuni sono in prima linea nel chiedere che la politica centrale sia attenta alla società e non solo ai numeri di bilancio delle Pubbliche Amministrazioni, i cittadini chiedono che i Comuni siano l'ultimo volto umano, vicino e comprensibile, del potere. Stretti fra l'incudine e il martello i Comuni stanno reagendo sia facendo resistenza ad applicare l'Imu, e avanzando molti progetti di modificare (in varie direzioni) questa tassa, sia dando vita a un accordo trasversale e bipartisan (anzi, tripartisan, poiché comprende anche i sindaci della Lega) contro il governo (per quanto riguarda l'Imu).
Pur nella loro difficile posizione, quindi, oggi i Comuni hanno acquisito, di fatto, una nuova centralità politica, divenendo l'ultimo rifugio della legittimità materiale del potere e presentandosi come i possibili protagonisti di una nuova linea di faglia della politica nazionale, che si sposta dal cleavage classico destra/sinistra (sempre meno decisivo a livello locale) a quello centro/territori. Un passaggio dall'amministrazione alla politica che è anche una sorta di recupero, una volta tanto non necessariamente folkloristico né xenofobo ma anzi costituzionale e democratico, della tradizione italiana delle autonomie locali.