(dal greco tele, "a distanza"; e dal latino videre).
La trasmissione remota di suoni e immagini. In Italia le trasmissioni televisive regolari iniziano dal 1954, inizialmente affidate alla concessionaria pubblica, la Rai (erede dell'Eiar fascista); dopo una serie di sentenze della Corte Costituzionale fra il 1974 e il 1976, anche in Italia si è affermata, accanto a quella pubblica, una televisione commerciale privata. Nel 1995 un referendum ha abrogato la legge che obbligava la Rai a essere di proprietà pubblica; ma la privatizzazione della Rai non è mai stata avviata.
In compenso, la Rai è sempre stata controllata dalla politica. Troppo forte era ed è la sua potenza informativa, e il suo impatto sulla vita e sui costumi degli italiani, troppo evidente la sua capacità di elaborare la prima cultura di massa della storia d'Italia, perché la politica non se ne impadronisse fin dagli inizi e non la gestisse gelosamente. La televisione - il vedere più l'udire - era infatti, con ogni evidenza, di gran lunga più potente del leggere, cioè della carta stampata, e forse anche del parlare in parlamento, e in ogni caso assai più adatta a formare, dall'alto, opinioni conformistiche e a rendere passivo e manipolabile il cittadino-spettatore (come riconobbe autorevolmente Popper). Tutte le nomine di vertice furono quindi governative - cioè prevalentemente, anche se non esclusivamente, democristiane - fino al 1975 (il che non significa per nulla che le trasmissioni fossero di cattiva qualità). La riforma del 1975 istituisce un CdA della Rai di nomina parlamentare; e dal 2004 ai consiglieri eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza se ne aggiungono due indicati dal Ministero dell'Economia, il maggiore azionista della RAI.
Da questa presenza dei partiti nel CdA discese una ferrea lottizzazione degli orientamenti dell'informazione e della cultura (Rai Uno alla Dc, Rai Due al Psi, Rai Tre al Pci), nonché delle cariche e delle posizioni aziendali più significative, che fu denunciata da varie istanze civili e intellettuali - fra cui i radicali - , ma che non è ancora cessata, nonostante la presenza, in azienda, di molte e significative professionalità. In epoca berlusconiana la legge Gasparri del 2004 ha accentuato, in questa spartizione, il peso del partito di maggioranza che controlla il governo. Con risultati paradossali, dato che quel partito era a sua volta la proiezione politica del proprietario della più agguerrita televisione privata d'Italia, diretto concorrente della Rai; che infatti dall'essere guidata in tal modo non è certo uscita rafforzata.
Oggi, la televisione (la Rai, in verità) è di nuovo al centro di un confronto di grande rilievo. La politica dei partiti sembra perdere terreno anche in questo ambito cruciale, come già è avvenuto per la formazione del governo; e questo, dopo avere attinto, per le nomine di sua compenza, al bacino di professionalità esterne alla politica, come la Banca d'Italia, viene invitato da una parte dei partiti di sinistra a nominare l'intero CdA, sottraendolo al parlamento - che anche per questa via vedrebbe diminuire il proprio potere - . Tecniche e professionalità dovrebbero quindi, secondo alcuni, assumere apertamente un ruolo antipolitico (antipartitico), sotto l'impulso del governo. Da parte sua, invece, il PdL continua apertamente la lotta perché i partiti conservino il loro ruolo di controllo e di lottizzazione. A testimonianza del persistente straordinario rilievo politico che da destra, e non solo, si attribuisce alla televisione, che continua a essere per la politica una delle prede più ambite, uno degli spazi più preziosi.
Eppure, come Singapore fu invasa via terra dai giapponesi, che elusero così i suoi formidabili cannoni puntati verso il mare, la feroce difesa delle proprie posizioni televisive potrebbe esporre i partiti più tradizionali alla sconfitta dovuta a un nuovo mezzo di comunicazione, che non controlla, il web. Più adatto della televisione - potente ma tutta 'verticale' - a una politica dinamica, aggressiva e interattiva. E quindi più consono a tempi, come i nostri, non di ordine né di prevedibilità, ma di grande rabbia e di grande disordine sotto il cielo.
La trasmissione remota di suoni e immagini. In Italia le trasmissioni televisive regolari iniziano dal 1954, inizialmente affidate alla concessionaria pubblica, la Rai (erede dell'Eiar fascista); dopo una serie di sentenze della Corte Costituzionale fra il 1974 e il 1976, anche in Italia si è affermata, accanto a quella pubblica, una televisione commerciale privata. Nel 1995 un referendum ha abrogato la legge che obbligava la Rai a essere di proprietà pubblica; ma la privatizzazione della Rai non è mai stata avviata.
In compenso, la Rai è sempre stata controllata dalla politica. Troppo forte era ed è la sua potenza informativa, e il suo impatto sulla vita e sui costumi degli italiani, troppo evidente la sua capacità di elaborare la prima cultura di massa della storia d'Italia, perché la politica non se ne impadronisse fin dagli inizi e non la gestisse gelosamente. La televisione - il vedere più l'udire - era infatti, con ogni evidenza, di gran lunga più potente del leggere, cioè della carta stampata, e forse anche del parlare in parlamento, e in ogni caso assai più adatta a formare, dall'alto, opinioni conformistiche e a rendere passivo e manipolabile il cittadino-spettatore (come riconobbe autorevolmente Popper). Tutte le nomine di vertice furono quindi governative - cioè prevalentemente, anche se non esclusivamente, democristiane - fino al 1975 (il che non significa per nulla che le trasmissioni fossero di cattiva qualità). La riforma del 1975 istituisce un CdA della Rai di nomina parlamentare; e dal 2004 ai consiglieri eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza se ne aggiungono due indicati dal Ministero dell'Economia, il maggiore azionista della RAI.
Da questa presenza dei partiti nel CdA discese una ferrea lottizzazione degli orientamenti dell'informazione e della cultura (Rai Uno alla Dc, Rai Due al Psi, Rai Tre al Pci), nonché delle cariche e delle posizioni aziendali più significative, che fu denunciata da varie istanze civili e intellettuali - fra cui i radicali - , ma che non è ancora cessata, nonostante la presenza, in azienda, di molte e significative professionalità. In epoca berlusconiana la legge Gasparri del 2004 ha accentuato, in questa spartizione, il peso del partito di maggioranza che controlla il governo. Con risultati paradossali, dato che quel partito era a sua volta la proiezione politica del proprietario della più agguerrita televisione privata d'Italia, diretto concorrente della Rai; che infatti dall'essere guidata in tal modo non è certo uscita rafforzata.
Oggi, la televisione (la Rai, in verità) è di nuovo al centro di un confronto di grande rilievo. La politica dei partiti sembra perdere terreno anche in questo ambito cruciale, come già è avvenuto per la formazione del governo; e questo, dopo avere attinto, per le nomine di sua compenza, al bacino di professionalità esterne alla politica, come la Banca d'Italia, viene invitato da una parte dei partiti di sinistra a nominare l'intero CdA, sottraendolo al parlamento - che anche per questa via vedrebbe diminuire il proprio potere - . Tecniche e professionalità dovrebbero quindi, secondo alcuni, assumere apertamente un ruolo antipolitico (antipartitico), sotto l'impulso del governo. Da parte sua, invece, il PdL continua apertamente la lotta perché i partiti conservino il loro ruolo di controllo e di lottizzazione. A testimonianza del persistente straordinario rilievo politico che da destra, e non solo, si attribuisce alla televisione, che continua a essere per la politica una delle prede più ambite, uno degli spazi più preziosi.
Eppure, come Singapore fu invasa via terra dai giapponesi, che elusero così i suoi formidabili cannoni puntati verso il mare, la feroce difesa delle proprie posizioni televisive potrebbe esporre i partiti più tradizionali alla sconfitta dovuta a un nuovo mezzo di comunicazione, che non controlla, il web. Più adatto della televisione - potente ma tutta 'verticale' - a una politica dinamica, aggressiva e interattiva. E quindi più consono a tempi, come i nostri, non di ordine né di prevedibilità, ma di grande rabbia e di grande disordine sotto il cielo.