Realpolitik
REALPOLITIK (o realismo politico). Il termine è stato coniato da Ludwig von Rochau, intellettuale e politico tedesco, che nel 1853 lo utilizzò come titolo di una sua opera. Di lì entrò nel linguaggio politico a indicare un duro pragmatismo, una politica di potenza, o, in modo ancora più radicale, le prospettive scientifiche e pratiche secondo cui la politica è determinata da logiche di potere, mentre giustizia, libertà, moralità, legalità, sono solo utopismo e idealismo, destinati a essere smentiti dalla dura realtà
La Realpolitik non è certo un'invenzione tedesca; nasce con Trasimaco, che secondo Platone affermava che la giustizia è la legge del più forte - come del resto era già stato narrato da Tucidide nel dialogo fra gli abitanti dell'isola di Melo e gli Ateniesi, in cui questi enunciano la legge eterna e universale della po…
La Realpolitik non è certo un'invenzione tedesca; nasce con Trasimaco, che secondo Platone affermava che la giustizia è la legge del più forte - come del resto era già stato narrato da Tucidide nel dialogo fra gli abitanti dell'isola di Melo e gli Ateniesi, in cui questi enunciano la legge eterna e universale della po…
REALPOLITIK (o realismo politico). Il termine è stato coniato da Ludwig von Rochau, intellettuale e politico tedesco, che nel 1853 lo utilizzò come titolo di una sua opera. Di lì entrò nel linguaggio politico a indicare un duro pragmatismo, una politica di potenza, o, in modo ancora più radicale, le prospettive scientifiche e pratiche secondo cui la politica è determinata da logiche di potere, mentre giustizia, libertà, moralità, legalità, sono solo utopismo e idealismo, destinati a essere smentiti dalla dura realtà
La Realpolitik non è certo un'invenzione tedesca; nasce con Trasimaco, che secondo Platone affermava che la giustizia è la legge del più forte - come del resto era già stato narrato da Tucidide nel dialogo fra gli abitanti dell'isola di Melo e gli Ateniesi, in cui questi enunciano la legge eterna e universale della politica: il piú forte comanda e il più debole obbedisce - ; si afferma con Machiavelli e la sua consapevolezza che "gli Stati non si governano con i paternostri"; si ripresenta nella dottrina delle élites che - con Mosca, Pareto, Michels, Schumpeter - scopre, dietro le ideologie, la legge eterna delle oligarchie, ovvero il fatto che sono sempre i pochi a comandare; si mette alla prova come dottrina politica e strategica - da Morgenthau a Schelling, da Kissinger a Waltz - con la quale gli Usa hanno fronteggiato l'Urss, gestendo il rischio del conflitto nucleare.
Realpolitik è prima di tutto un orizzonte grandioso e terribile di pessimistico disincanto, la consapevolezza che la politica è segnata dal tragico destino di ospitare in sé il male, la guerra e il potere. E che tutto lo sforzo moderno di farla ruotare intorno all'uomo, ai suoi diritti, e alla legalità garantita dalla Stato, può in ultima istanza andare perduto davanti a necessità superiori, a esigenze di sopravvivenza del potere.
La Realpolitik è anche, però, l'alibi a cui fa appello il pavido e miserabile piccolo cabotaggio di chi accetta ogni compromesso, calpesta ogni legalità, vilipende ogni valore, per durare meschinamente nella propria posizione di potere. Se la trattativa fra Stato e mafia - fra il 1992 e il 1993 - è davvero avvenuta, appartiene senza dubbio a questa accezione distorta di realismo (come ipotesi solo di scuola, una vera Realpolitik verso la mafia sarebbe lo sforzo di stroncarla anche con mezzi extra-legali). Da quella trattativa lo Stato non solo ha perduto la sua legittimazione democratica - il che nell'ottica del realismo è inessenziale - , ma ha perduto anche ciò che per la Realpolitik dovrebbe il cuore della politica, cioè il potere; e l'ha confuso con la furbizia. La tragedia della politica ha così lasciato il posto alla farsa sanguinosa e grottesca del cinismo in combutta col malaffare, e - ultima beffa - il cosiddetto realismo è stato il seme del volgare qualunquismo di quel senso comune plebeo che non sa distinguere fra lo Stato e l'anti-Stato.
La Realpolitik non è certo un'invenzione tedesca; nasce con Trasimaco, che secondo Platone affermava che la giustizia è la legge del più forte - come del resto era già stato narrato da Tucidide nel dialogo fra gli abitanti dell'isola di Melo e gli Ateniesi, in cui questi enunciano la legge eterna e universale della politica: il piú forte comanda e il più debole obbedisce - ; si afferma con Machiavelli e la sua consapevolezza che "gli Stati non si governano con i paternostri"; si ripresenta nella dottrina delle élites che - con Mosca, Pareto, Michels, Schumpeter - scopre, dietro le ideologie, la legge eterna delle oligarchie, ovvero il fatto che sono sempre i pochi a comandare; si mette alla prova come dottrina politica e strategica - da Morgenthau a Schelling, da Kissinger a Waltz - con la quale gli Usa hanno fronteggiato l'Urss, gestendo il rischio del conflitto nucleare.
Realpolitik è prima di tutto un orizzonte grandioso e terribile di pessimistico disincanto, la consapevolezza che la politica è segnata dal tragico destino di ospitare in sé il male, la guerra e il potere. E che tutto lo sforzo moderno di farla ruotare intorno all'uomo, ai suoi diritti, e alla legalità garantita dalla Stato, può in ultima istanza andare perduto davanti a necessità superiori, a esigenze di sopravvivenza del potere.
La Realpolitik è anche, però, l'alibi a cui fa appello il pavido e miserabile piccolo cabotaggio di chi accetta ogni compromesso, calpesta ogni legalità, vilipende ogni valore, per durare meschinamente nella propria posizione di potere. Se la trattativa fra Stato e mafia - fra il 1992 e il 1993 - è davvero avvenuta, appartiene senza dubbio a questa accezione distorta di realismo (come ipotesi solo di scuola, una vera Realpolitik verso la mafia sarebbe lo sforzo di stroncarla anche con mezzi extra-legali). Da quella trattativa lo Stato non solo ha perduto la sua legittimazione democratica - il che nell'ottica del realismo è inessenziale - , ma ha perduto anche ciò che per la Realpolitik dovrebbe il cuore della politica, cioè il potere; e l'ha confuso con la furbizia. La tragedia della politica ha così lasciato il posto alla farsa sanguinosa e grottesca del cinismo in combutta col malaffare, e - ultima beffa - il cosiddetto realismo è stato il seme del volgare qualunquismo di quel senso comune plebeo che non sa distinguere fra lo Stato e l'anti-Stato.