La Parola

Riforma

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Una nuova forma, che nasce dall'azione deliberata di un riformatore.
    
In ambito politico il riformare è una delle attività centrali e storicamente ricorrenti, come contrasto e rimedio alla deformazione e alla corruzione di istituzioni e di idee. Si può distinguere tra riforme dall'alto e riforme dal basso: le prime sono gestite dal potere che riforma se stesso e la società su cui ha giurisdizione (ad esempio, i tentativi di riforma cattolica dal XIII fino al XV secolo, oppure le riforme dell'assolutismo illuminato nel XVIII secolo), mentre le seconde nascono dall'insufficienza o dall'assenza delle prime, e hanno un impatto in pratica rivoluzionario (clamoroso è il caso della Riforma protestante, nel XVI secolo).
   
Nell'ambito del socialismo ottocentesco la riforma - che ha inizio dal basso, dalla forza politica e sociale del movimento operaio - ha a che fare non con la religione ma con l'economia e la politica. Con Bernstein, la riforma è una precisa strategia politica che implica anche una revisione teorica del marxismo (appunto, il revisionismo): si oppone cioè - in quanto politica di conquista democratica del potere e di utilizzazione progressiva delle sue risorse istituzionali e sociali - alla rivoluzione, reputata impossibile, almeno come crollo catastrofico del capitalismo; oppure è, con Kautsky, una tappa tattica intermedia che deve favorire l'affermarsi del passaggio rivoluzionario al socialismo. Naturalmente, in un'ottica di comunismo leninista entrambe le posizioni sono esecrate come eretiche. Al riformismo gradualistico e democratico il socialismo europeo continentale approderà esplicitamente alla fine degli anni Cinquanta del XX secolo.
    
Il metodo riformistico è stato invece lo strumento privilegiato delle democrazie liberali: dal New Deal di Roosevelt fino alla riforma sanitaria di Obama, passando attraverso la stagione delle riforme agrarie, economiche e sociali del centrismo e del centrosinistra in Italia, il riformismo, con una politica forte e legittimata, ha indirizzato la potenza del capitalismo anche verso obiettivi di inclusione e di uguaglianza.
    
Diversa è la vicenda italiana delle riforme della Costituzione, o comunque di importanti assetti delle istituzioni (il cosiddetto federalismo), del sistema elettorale, della scuola e dell'università, della giustizia, delle comunicazioni, della previdenza. Dagli inizi degli anni Ottanta, e con sempre maggiore intensità nella fase terminale della Prima repubblica e durante tutta la Seconda, queste riforme sono state per un verso impossibili, o, comunque sia, contrastate e pasticciate, e per l'altro sono state un terreno di lotta politica durissima fra opposti schieramenti, oppure di consociazione al ribasso. Mantra ossessivo di ogni parte politica, la parola 'riforma' è stata insomma un pretesto o per tentare la distorsione della Costituzione o per affermare, nelle istituzioni e nella società, visioni pesantemente ideologiche e interessi di parte.

Oggi, trent'anni di riforme mancate o fallite o malfatte hanno portato a una situazione in cui le riforme sono al tempo stesso necessarie e impossibili, se non come piccoli aggiustamenti e restyling di alcune passate mostruosità (la riforma elettorale voluta a suo tempo dalla destra, il cosiddetto Porcellum), o come duri atti di un governo che non è espressione diretta delle forze politiche. La ormai storica mancanza di riforme ha insomma privato l'Italia di energia politica, e di canali istituzionali per esprimerla. Una vera riforma, un vero riformismo, sarebbero quindi, oggi, alternativi non tanto alla rivoluzione quanto piuttosto al suo contrario, cioè alla stagnazione e alla deformazione della vita politica e sociale determinate o dal riformismo verbale incapace di riforme reali o da poche pessime riforme che nessuno riesce più a riformare.