(dal tardo latino bursa, forse di origine fenicia: sacchetto). Nel significato di Borsa Valori è un mercato in cui operatori ufficiali (traders) comprano e vendono strumenti finanziari dei tipi più diversi (azioni, obbligazioni, titoli di debito pubblico, fondi, derivati, futures, ecc.).
L'antichità greca e romana ha conosciuto l'attività finanziaria, la banca, il deposito, il prestito; e il medioevo ha avuto nelle fiere un prezioso strumento di mediazione e di innovazione economica. Ma è solo nel XV secolo che si forma la Borsa. Il nome deriva dal fatto che a Bruges, nei Paesi Bassi, si teneva un mercato finanziario presso la casa dei mercanti Van der Burse, una famiglia di origine veneta (il cui cognome italiano era stato Della Borsa, e il cui stemma era costituito da tre borse). Le Borse si sono poi diffuse nel XVI secolo ad Anversa, a Lione, a Londra, a Parigi, a Siviglia, ad Amsterdam, nel XVII a Venezia, nel XVIII a Trieste, nel 1808 a Milano.
Le Borse sono cariche di contraddizioni: hanno ingigantito, come pantografi, le contraddizioni del moderno capitalismo, di cui hanno accompagnato l'ascesa. Prima di essere regolamentate dallo Stato e di diventare pubbliche sono state istituzioni rischiosissime, aperte a speculazioni truffaldine, a manipolazioni del mercato e a tracolli catastrofici. Che però non sono mancati neppure in età più recenti, producendo effetti profondi non solo in ambito finanziario ma sull'economia reale e in ultima analisi sulla società e sulla politica (dalla crisi di Wall Street del 1929 alla crisi dei subprime rate del 2008).
Nella Borsa l'economia si presenta in forma non reale ma astratta e smaterializzata (alle merci si sostituiscono segni), e libera da vincoli di spazio e di tempo: da ogni Borsa di solito si può operare ovunque, e i prodotti finanziari possono essere venduti prima di essere davvero posseduti. Manifestazione di vitalità economica e sociale, di interessato dinamismo, di spirito avventuroso e speculativo, la borsa serve sia a finanziare soggetti economici - impegnati nella produzione reale - bisognosi di credito, sia a realizzare rapidi guadagni (e a rischiare rapide perdite) per i finanzieri che vi 'giocanò (e lo stesso termine indica la leggerezza e la volatilità dello scambio borsistico).
Tecnologiche ed emotive, indicano razionalmente i valori delle merci e al tempo stesso operano secondo logiche imprevedibili, come creature viventi e autonome. Sono luoghi di straordinaria eccitazione e di profonde depressioni. Rappresentano il superamento delle divisioni fra gli uomini, la forza attrattiva del commercio, e al contempo generano le esclusioni più feroci contro chi perde nel loro gioco vertiginoso, come aveva già capito Voltaire (gran frequentatore dell'ambiente) affermando "entrate nella Borsa di Londra; lì l'ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano l'un l'altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta".
Infine, sono moderne e laiche, ma hanno in sé qualcosa di arcaico e di superstizioso: sono templi della finanza cari a Mercurio, il dio dei ladri e del commercio, "assurde cattedrali della religione capitalistica" - come Gadda definiva nel 1935 la Borsa di Milano, descrivendo la policromia del tabellone luminoso delle quotazioni - , ma al tempo stesso custodiscono come animali totemici il toro e l'orso (le tendenze rialziste e quelle ribassiste), e prima che alle leggi umane obbediscono alle legge 'naturalè della domanda e dell'offerta, e allo stimolo primordiale dell'avidità (Greed is good, "l'avidità è giusta", secondo le parole di Gekko, il protagonista del film Wall Street).
Il fatto che le Borse siano diventate il simbolo del nostro tempo, - soprattutto dopo che la rivoluzione telematica ne ha enormemente aumentato l'efficacia - dà la misura delle condizione storico-spirituale di una civiltà come la nostra che, non avendo in sé una misura, è costretta a trarla da indicatori così potenti ma anche così imprevedibili.
L'antichità greca e romana ha conosciuto l'attività finanziaria, la banca, il deposito, il prestito; e il medioevo ha avuto nelle fiere un prezioso strumento di mediazione e di innovazione economica. Ma è solo nel XV secolo che si forma la Borsa. Il nome deriva dal fatto che a Bruges, nei Paesi Bassi, si teneva un mercato finanziario presso la casa dei mercanti Van der Burse, una famiglia di origine veneta (il cui cognome italiano era stato Della Borsa, e il cui stemma era costituito da tre borse). Le Borse si sono poi diffuse nel XVI secolo ad Anversa, a Lione, a Londra, a Parigi, a Siviglia, ad Amsterdam, nel XVII a Venezia, nel XVIII a Trieste, nel 1808 a Milano.
Le Borse sono cariche di contraddizioni: hanno ingigantito, come pantografi, le contraddizioni del moderno capitalismo, di cui hanno accompagnato l'ascesa. Prima di essere regolamentate dallo Stato e di diventare pubbliche sono state istituzioni rischiosissime, aperte a speculazioni truffaldine, a manipolazioni del mercato e a tracolli catastrofici. Che però non sono mancati neppure in età più recenti, producendo effetti profondi non solo in ambito finanziario ma sull'economia reale e in ultima analisi sulla società e sulla politica (dalla crisi di Wall Street del 1929 alla crisi dei subprime rate del 2008).
Nella Borsa l'economia si presenta in forma non reale ma astratta e smaterializzata (alle merci si sostituiscono segni), e libera da vincoli di spazio e di tempo: da ogni Borsa di solito si può operare ovunque, e i prodotti finanziari possono essere venduti prima di essere davvero posseduti. Manifestazione di vitalità economica e sociale, di interessato dinamismo, di spirito avventuroso e speculativo, la borsa serve sia a finanziare soggetti economici - impegnati nella produzione reale - bisognosi di credito, sia a realizzare rapidi guadagni (e a rischiare rapide perdite) per i finanzieri che vi 'giocanò (e lo stesso termine indica la leggerezza e la volatilità dello scambio borsistico).
Tecnologiche ed emotive, indicano razionalmente i valori delle merci e al tempo stesso operano secondo logiche imprevedibili, come creature viventi e autonome. Sono luoghi di straordinaria eccitazione e di profonde depressioni. Rappresentano il superamento delle divisioni fra gli uomini, la forza attrattiva del commercio, e al contempo generano le esclusioni più feroci contro chi perde nel loro gioco vertiginoso, come aveva già capito Voltaire (gran frequentatore dell'ambiente) affermando "entrate nella Borsa di Londra; lì l'ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano l'un l'altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta".
Infine, sono moderne e laiche, ma hanno in sé qualcosa di arcaico e di superstizioso: sono templi della finanza cari a Mercurio, il dio dei ladri e del commercio, "assurde cattedrali della religione capitalistica" - come Gadda definiva nel 1935 la Borsa di Milano, descrivendo la policromia del tabellone luminoso delle quotazioni - , ma al tempo stesso custodiscono come animali totemici il toro e l'orso (le tendenze rialziste e quelle ribassiste), e prima che alle leggi umane obbediscono alle legge 'naturalè della domanda e dell'offerta, e allo stimolo primordiale dell'avidità (Greed is good, "l'avidità è giusta", secondo le parole di Gekko, il protagonista del film Wall Street).
Il fatto che le Borse siano diventate il simbolo del nostro tempo, - soprattutto dopo che la rivoluzione telematica ne ha enormemente aumentato l'efficacia - dà la misura delle condizione storico-spirituale di una civiltà come la nostra che, non avendo in sé una misura, è costretta a trarla da indicatori così potenti ma anche così imprevedibili.