La Parola

Evasione
 

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EVASIONE (dal latino e,  particella di allontanamento e la forma vadere, andare).

Andar via, fuggire, allontanarsi.  In ambito fiscale è il sottrarsi, parziale o totale, a imposte o a tributi dovuti per legge (con la possibile aggravante della frode, cioè del tentativo di mascherare l’evasione con la creazione di falsi documenti).  Mentre l’evasione è un illecito che diventa reato penale soltanto oltre una certa soglia, la frode è sempre un reato.
     
L’evasione fiscale è un problema politico. Si calcola che almeno il 18% del Pil italiano sia in nero, e che le imposte non pagate siano di 120 miliardi di euro l’anno. Il che in termini percentuali fa dell’Italia il secondo Paese europeo per evasione fiscale, dopo la Grecia;  e porta la pressione fiscale reale, sulla parte non sommersa del PIL, intorno all’insostenibile valore del 54-55%.
   
Vi è oggi, dopo molti decenni di tolleranza e di complicità, o di strizzate d’occhio alla “furbizia”, un diffuso spirito di critica e di condanna dell’evasione; si dice che rovina l’immagine estera dell’Italia, che gli evasori danno pane avvelenato ai figli; che sono ladri in quanto mettono le mani in tasca agli italiani; che sono parassiti della società (di cui approfittano accettano i benefici senza pagarli), e anzi ladri;  che, per di più, della società sono nemici,  e che quindi si deve loro dichiarare guerra; si sottolinea il danno per lo Stato in termini di mancati introiti fiscali, e per i cittadini di maggiore tassazione e di minori servizi, oltre che di minori investimenti pubblici per scopi strategici (in conto capitale) e quindi di perduta crescita economica complessiva (anche perché all’evasione si associa spesso l’esportazione illegale di capitali); si aggiunge poi che l’evasione in campo commerciale e imprenditoriale è una forma di concorrenza sleale dei disonesti verso gli onesti. E, naturalmente, si sottolinea la sostanziale iniquità a cui l’evasione dà origine, in quanto lede i principi di uguaglianza e di solidarietà fra i cittadini, e crea o aumenta  le distanze tra i ceti che la tassazione, progressiva, cerca di far diminuire. Bollata dal pensiero laico di asocialità (che solo per gli anarco-capitalisti è positiva), l’evasione, dopo lunghi silenzi, è stata definita dalla Chiesa un peccato.
   
Eppure, l’evasione è stata giustificata e in parte scusata dal precedente capo del governo, come legittima difesa del cittadino da uno Stato troppo rapace; in questa logica, per abbattere l’evasione si dovrebbe prima delegittimarla, abbassando le tasse. Altri ritengono che se lo Stato scovasse tutti gli evasori, dal maggiore gettito non deriverebbe una diminuzione delle tasse per tutti, ma solo un aumento delle spese pubbliche;  e che, in ogni caso, l’immagine dell’Italia all’estero è danneggiata molto più dalla corruzione, dalle disfunzioni amministrative e dalla malavita settore pubblico che dall’evasione.
   
In realtà, la spiegazione dell’evasione è storica e politica; risale alla costituzione materiale della Prima repubblica, che ha scambiato tacitamente l’evasione fiscale dei ceti che (in linea generale) la potevano effettivamente commettere (imprenditori, artigiani, professionisti, società di capitali) con la garanzia di posti sicuri (ma economicamente discutibili) nello Stato e nel para-Stato  per vaste schiere di lavoratori a reddito fisso. Oggi la condizione difficilissima del lavoro dipendente – che vede diminuire le proprie quote di reddito e si sente minacciato anche nel suo unico lato positivo, la relativa sicurezza del posto –, rende socialmente e quindi moralmente insostenibile l’evasione fiscale, vista come una vera fuga, iniqua perché unilaterale, dalle durezze del presente. Come un tradimento odioso.
   
E’ da qui che si può partire per la lotta all’evasione. Non solo dall’inasprirsi dei controlli – a volte sacrosanti, a volte solo spettacolari, ma complessivamente a rischio di dar vita, se troppo vessatori, a uno Stato di polizia fiscale –, ma dal mettere in concorrenza fiscale i cittadini fra loro, così che convenga sempre a tutti esigere  le ricevute del denaro pagato per l’acquisto di beni e servizi (scontrini e fatture), perché quelle spese sono fiscalmente deducibili. Una concorrenza che sostituisce la guerra, insomma; che la rende inutile. Che rende pagare le tasse se non bello – come pure si è detto – almeno non odioso. Per questi aspetti etici ed economici una riforma fiscale che abbatta l’evasione è quindi una delle principali sfide per la politica.