Fascista
(da fascismo, e quindi da fascio; lat. fascis). Chi aderisce al fascismo e alla sua dottrina; per estensione, chi si ispira a ideologie di violenza, di disuguaglianza, di dominio, di intolleranza, di razzismo; chi si comporta in modo anti-democratico.
La connotazione pesantemente negativa del termine è ovviamente quella più diffusa nel dopoguerra, mentre durante il Ventennio la propaganda e il discorso pubblico costruivano la figura del fascista secondo coordinate di spavaldo eroismo e di consapevole estremismo; i motti "vivere pericolosamente", "me ne frego" (della morte), "libro e moschetto", "credere obbedire combattere", disegnavano il profilo di un impavido militante e di un indomito guerriero. Anche se non si fosse trattato della mistificazione di una pulsione assai poco eroica come l'ottusa prepotenza di una personalità autoritaria, certo il fascista era un tipo umano deliberatamente estraneo alla cul…
La connotazione pesantemente negativa del termine è ovviamente quella più diffusa nel dopoguerra, mentre durante il Ventennio la propaganda e il discorso pubblico costruivano la figura del fascista secondo coordinate di spavaldo eroismo e di consapevole estremismo; i motti "vivere pericolosamente", "me ne frego" (della morte), "libro e moschetto", "credere obbedire combattere", disegnavano il profilo di un impavido militante e di un indomito guerriero. Anche se non si fosse trattato della mistificazione di una pulsione assai poco eroica come l'ottusa prepotenza di una personalità autoritaria, certo il fascista era un tipo umano deliberatamente estraneo alla cul…
(da fascismo, e quindi da fascio; lat. fascis). Chi aderisce al fascismo e alla sua dottrina; per estensione, chi si ispira a ideologie di violenza, di disuguaglianza, di dominio, di intolleranza, di razzismo; chi si comporta in modo anti-democratico.
La connotazione pesantemente negativa del termine è ovviamente quella più diffusa nel dopoguerra, mentre durante il Ventennio la propaganda e il discorso pubblico costruivano la figura del fascista secondo coordinate di spavaldo eroismo e di consapevole estremismo; i motti "vivere pericolosamente", "me ne frego" (della morte), "libro e moschetto", "credere obbedire combattere", disegnavano il profilo di un impavido militante e di un indomito guerriero. Anche se non si fosse trattato della mistificazione di una pulsione assai poco eroica come l'ottusa prepotenza di una personalità autoritaria, certo il fascista era un tipo umano deliberatamente estraneo alla cultura democratica.
E in effetti questa contrapposizione, anche antropologica oltre che politica e dottrinale, fra il fascista e il democratico è stata una costante della cultura politica repubblicana, sottolineata con particolare veemenza durante il ciclo di più alta politicizzazione della storia recente d'Italia, negli anni Sessanta e Settanta. Allora con il termine 'fascistà si indicò, da parte della sinistra estrema, non solo il reazionario nostalgico ma genericamente il nemico interno, l'avversario che doveva essere negato come persona ed escluso dalla dialettica civile - come 'democraticò fu definito ogni orientamento, in ogni ambito dell'esperienza umana, favorevole al progressismo e ostile alle configurazioni tradizionali di potere - . Gli slogan in cui al "fascista" si ricordava "sei il primo della lista" rendevano chiaro che si si reputava legittima l'eliminazione morale e a volte fisica dell'avversario. Questo altissimo tasso di violenza, simile nelle forme a quella squadristica, fece sì che anche l'estremismo di sinistra venisse definito 'fascismo rosso'.
Oggi, lo spazio politico è attraversato da una nuova ondata di politicizzazione estrema, anche se del tutto superficiale e a-ideologica, a opera di movimenti antipolitici (cioè anti-Casta, anti-partiti e anti-istituzioni) che senza per nulla rifarsi al fascismo storico, e neppure al 'fascismo rosso', ne riproducono la violenza verbale, l'irriducibile ostilità verso l'avversario, la minacciosa derisione, la promessa di una resa dei conti definitiva. Soprattutto, è intrinsecamente violento il richiamo alla morte, e non tanto alla 'bella mortè della tradizione fascista, quanto alla morte che l'avversario - i maggiori partiti politici - avrebbe già in sé, e che ne farebbe uno zombie, appunto un morto vivente (in chiave più goliardica e sarcastica, anche Achille Occhetto fu definito a suo tempo da Francesco Cossiga uno "zombie coi baffi").
L'ingresso della morte in politica ha qualcosa di macabro, anche se si ferma a livello verbale; vedere nell'avversario una cosa inerte, svalorizzarlo come un cadavere oppure come uno spettro da cacciare e da esorcizzare, è l'opposto della democrazia, che ha il proprio baricentro nel valore della persona, nella dialettica anche aspra tra posizioni differenti e nelle istituzioni che la garantiscono. Come i fucili di Bossi, anche i morti viventi e i processi di piazza di Grillo appartengono a una pericolosissima retorica dell'estremismo che spezza la parola politica, e da mezzo di comunicazione ne fa invece un corpo contundente, una clava. Un manganello, appunto.
La connotazione pesantemente negativa del termine è ovviamente quella più diffusa nel dopoguerra, mentre durante il Ventennio la propaganda e il discorso pubblico costruivano la figura del fascista secondo coordinate di spavaldo eroismo e di consapevole estremismo; i motti "vivere pericolosamente", "me ne frego" (della morte), "libro e moschetto", "credere obbedire combattere", disegnavano il profilo di un impavido militante e di un indomito guerriero. Anche se non si fosse trattato della mistificazione di una pulsione assai poco eroica come l'ottusa prepotenza di una personalità autoritaria, certo il fascista era un tipo umano deliberatamente estraneo alla cultura democratica.
E in effetti questa contrapposizione, anche antropologica oltre che politica e dottrinale, fra il fascista e il democratico è stata una costante della cultura politica repubblicana, sottolineata con particolare veemenza durante il ciclo di più alta politicizzazione della storia recente d'Italia, negli anni Sessanta e Settanta. Allora con il termine 'fascistà si indicò, da parte della sinistra estrema, non solo il reazionario nostalgico ma genericamente il nemico interno, l'avversario che doveva essere negato come persona ed escluso dalla dialettica civile - come 'democraticò fu definito ogni orientamento, in ogni ambito dell'esperienza umana, favorevole al progressismo e ostile alle configurazioni tradizionali di potere - . Gli slogan in cui al "fascista" si ricordava "sei il primo della lista" rendevano chiaro che si si reputava legittima l'eliminazione morale e a volte fisica dell'avversario. Questo altissimo tasso di violenza, simile nelle forme a quella squadristica, fece sì che anche l'estremismo di sinistra venisse definito 'fascismo rosso'.
Oggi, lo spazio politico è attraversato da una nuova ondata di politicizzazione estrema, anche se del tutto superficiale e a-ideologica, a opera di movimenti antipolitici (cioè anti-Casta, anti-partiti e anti-istituzioni) che senza per nulla rifarsi al fascismo storico, e neppure al 'fascismo rosso', ne riproducono la violenza verbale, l'irriducibile ostilità verso l'avversario, la minacciosa derisione, la promessa di una resa dei conti definitiva. Soprattutto, è intrinsecamente violento il richiamo alla morte, e non tanto alla 'bella mortè della tradizione fascista, quanto alla morte che l'avversario - i maggiori partiti politici - avrebbe già in sé, e che ne farebbe uno zombie, appunto un morto vivente (in chiave più goliardica e sarcastica, anche Achille Occhetto fu definito a suo tempo da Francesco Cossiga uno "zombie coi baffi").
L'ingresso della morte in politica ha qualcosa di macabro, anche se si ferma a livello verbale; vedere nell'avversario una cosa inerte, svalorizzarlo come un cadavere oppure come uno spettro da cacciare e da esorcizzare, è l'opposto della democrazia, che ha il proprio baricentro nel valore della persona, nella dialettica anche aspra tra posizioni differenti e nelle istituzioni che la garantiscono. Come i fucili di Bossi, anche i morti viventi e i processi di piazza di Grillo appartengono a una pericolosissima retorica dell'estremismo che spezza la parola politica, e da mezzo di comunicazione ne fa invece un corpo contundente, una clava. Un manganello, appunto.