(dal greco autòs, solo, e dal latino mobilis, che si muove); aggettivo sostantivato, dapprima di genere maschile e poi femminile. Mezzo di locomozione autonomo, mosso da un motore a combustione interna o elettrico.
L'automobile è stata una delle protagoniste della storia economica sociale e politica del XX secolo. Dapprima oggetto di lusso, connotato da sportività trasgressiva o da solennità cerimoniale, l'automobile è stata in seguito protagonista della grande industrializzazione fordista che ha reso possibile a quasi tutti gli occidentali la fruizione nella vita quotidiana delle sensazioni di velocità e di indipendenza che nell'automobile sono insite, trasformandole in più domestiche comodità: cioè nell'autonomia del movimento quotidiano individuale
'Macchina' per antonomasia, l'automobile è stata sia libertà on the road sia impedimento (come sa chiunque sia stato intrappolato in un ingorgo autostradale), sia indipendenza sia condizionamento (i centri storici chiusi alle auto, i giorni di limitazione del traffico per l'inquinamento); è stata segno e causa sia di benessere (di un minimo di disponibilità economica) sia di malessere (la motorizzazione di massa è una fonte importante di problemi ambientali); è stata simbolo sia di omologazione e di massificazione sia di differenziazione (il prestigio sociale è legato anche al possesso di prodotti di auto di determinati marchi, di auto da sogno). In ogni caso è stata un volano dell'economia e un fattore importante di politica: le fabbriche di automobili sono state il simbolo del passaggio da una società agricola a una società industriale, luoghi di concentrazione del proletariato, terreno di battaglie durissime e tenaci, ma anche di fattivi compromessi, fra il capitale e il lavoro, con la benedizione dello Stato che costruiva le autostrade per sostenere la mobilità di massa.
La globalizzazione ha reso possibile la delocalizzazione della produzione in aree dove la manodopera è meno costosa, ha indebolito la capacità dello Stato di far coesistere le ragioni del lavoro e quelle del capitale, e ha squilibrato le relazioni industriali. In parallelo, l'automobile ha perduto centralità nell'immaginario collettivo - è ormai vista più come una necessità che come un'espressione di libertà individuale, essendo questa collegata piuttosto ai gadget dell'elettronica e del web (palmari, portatili, tablet) - , e ha conosciuto una crisi mondiale a cui si è poi aggiunta la crisi dei mutui subprime del 2008 e l'incepparsi dell'economia neoliberista. Almeno da parte di alcuni costruttori, come la Fiat, ciò ha determinato la fine della stretta identificazione fra industria e spazio dello Stato nazionale, e anche, di conseguenza, la denuncia come un peso delle proprie responsabilità sociali, e della propria stessa storica interconnessione con la politica del Paese dentro il quale hanno prevalentemente operato, e anche dell'esigenza materiale e simbolica che uno Stato abbia la 'proprià industria automobilistica.
Anche queste imprese vogliono oggi per sé la stessa mobilità che l'automobile ha conferito ai cittadini - la facoltà di spostarsi nomadicamente, e di produrre ovunque conviene - , e al contempo obbligano i lavoratori alla flessibilità, alla precarietà e a una ben diversa mobilità: quella che è l'anticamera della perdita del lavoro. La mobilità che - con un perverso rovesciamento di significato della funzione dell'automobile - lascia a terra, bloccati nell'impotenza. L'automobile, oggi, torna così ad assumere centralità politica - in quanto problema - proprio nel momento in cui diviene marginale; e da sogno privato si trasforma nell'incubo collettivo di un Paese che vede messa in pericolo la propria tradizionale dimensione industriale; e nel simbolo dell'impotenza di una politica non più sovrana che non ha nulla da dire all'impresa realmente sovrana, padrona di sé, del proprio destino e anche di quello degli altri.