La prima cosa bella di venerdì 23 ottobre 2020 è una porta che si apre sulla vita che dirà chi davvero saremo. Accade alla fine della quarta puntata della serie di Luca Guadagnino We are who we are, in onda su Sky Atlantic (stasera quinta e sesta). Ho continuato a seguirla per stima verso il regista e dopo tre puntate e mezzo mi ha preso. Nella base militare di Chioggia accade che un giovane soldato di colore, prima di partire per l’Afghanistan, sposi una del posto. I ragazzi vanno a festeggiare squatterando “una villa di russi senza i russi”. Ballano, bevono, escono da se stessi. Guardare tutto questo con le lenti degli anni trascorsi è come ritrovare un quaderno di scuola: ecco come siamo stati, rieccolo lì quel senso del possibile contro il muro dell’impossibile, tutta la paura e la speranza che affollavano una sola notte, la scoperta dei corpi, delle sensazioni, l’infinità disillusa al confine che ogni gesto evidenziava, il timore (sconfitto solo trent’anni dopo) di non poter mai più essere giovani. Mai più vivi. L’agonia dei chissà contro quella dei non più. C’è una scena che vale le otto puntate. Il ragazzo destinato al fronte si sveglia, unico. Torna in sala e la luce dell’alba rischiara i corpi riversi degli amici addormentati. Si mette la camicia, sorride. Si scrolla la giovinezza, apre la porta e va incontro all’altra faccia della vita. Non lo sa ancora, ma: we are who we were. Siamo quelli che eravamo.