La prima cosa bella di lunedì 10 maggio 2021 è la luce che irradia (anche) l’ultimo film di Woody Allen, Rifkin’s Festival. Di per sé, più necessario per lui che per noi. E’ la storia della disgregazione del matrimonio tra “Brunetta” e la “Santanché” in mezzo a fantasmi del cinema europeo, mercatini e tapas, condito con le solite ma non scontate ottime battute. Lo illumina però la fotografia di Vittorio Storaro, che trova la calibrazione perfetta, senza gli eccessi della Ruota delle meraviglie. Può sembrare soltanto una tecnica cinematografica, ma ha un significato più profondo. Anche se, come sempre, è negli occhi di chi guarda.
Allen racconta l’insensatezza dell’universo, la breve tregua che è la vita nei millenni di inesistenza, il pizzico che si perde nell’eternità. Eppure mette alle spalle e intorno ai suoi attori quella lu…
Allen racconta l’insensatezza dell’universo, la breve tregua che è la vita nei millenni di inesistenza, il pizzico che si perde nell’eternità. Eppure mette alle spalle e intorno ai suoi attori quella lu…
La prima cosa bella di lunedì 10 maggio 2021 è la luce che irradia (anche) l’ultimo film di Woody Allen, Rifkin’s Festival. Di per sé, più necessario per lui che per noi. E’ la storia della disgregazione del matrimonio tra “Brunetta” e la “Santanché” in mezzo a fantasmi del cinema europeo, mercatini e tapas, condito con le solite ma non scontate ottime battute. Lo illumina però la fotografia di Vittorio Storaro, che trova la calibrazione perfetta, senza gli eccessi della Ruota delle meraviglie. Può sembrare soltanto una tecnica cinematografica, ma ha un significato più profondo. Anche se, come sempre, è negli occhi di chi guarda.
Allen racconta l’insensatezza dell’universo, la breve tregua che è la vita nei millenni di inesistenza, il pizzico che si perde nell’eternità. Eppure mette alle spalle e intorno ai suoi attori quella luce, come fosse il riflesso di dio. C’è il dio a cui farebbe causa per l’olocausto, il traffico e le serie tv sugli zombies e c’è il dio dell’armonia, dell’ordine naturale che resta, intangibile, dietro tutto questo pasticcio creato da noi e non da lui. Qualsiasi cosa sia c’era prima del cartello nero iniziale e di quello sui titoli di coda. E’ nella musica, non nelle parole. E’ in quella luce, sempre a cavallo, sempre lontana. Non ha bisogno di etica. Non ha bisogno di fede
Allen racconta l’insensatezza dell’universo, la breve tregua che è la vita nei millenni di inesistenza, il pizzico che si perde nell’eternità. Eppure mette alle spalle e intorno ai suoi attori quella luce, come fosse il riflesso di dio. C’è il dio a cui farebbe causa per l’olocausto, il traffico e le serie tv sugli zombies e c’è il dio dell’armonia, dell’ordine naturale che resta, intangibile, dietro tutto questo pasticcio creato da noi e non da lui. Qualsiasi cosa sia c’era prima del cartello nero iniziale e di quello sui titoli di coda. E’ nella musica, non nelle parole. E’ in quella luce, sempre a cavallo, sempre lontana. Non ha bisogno di etica. Non ha bisogno di fede