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Hotel Purgatorio

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La prima cosa bella di venerdì 4 giugno è l’Hotel Purgatorio, quello dove ti fermi per una notte in una città sconosciuta e pensi: potrebbe essere l’inferno, potrebbe essere il paradiso, ma è l’Hotel Purgatorio. Stai solo aspettando di andare da qualche altra parte, di nuovo. Ritrovi gli automatismi, inserisci la tessera, controlli il minibar, verifichi gli asciugamani.

I corridoi sono vuoti, c’è tanto spazio in questo periodo, siete quattro o cinque anime in attesa, con i visi nascosti e le dita che non lasciano impronte. Né angeli né demoni, gli inservienti si tengono a debita distanza dal tuo destino, dietro lastre trasparenti. Indicano, non porgono. Alcuni lo fanno per ricordare, altri per dimenticare. Ceni da solo, in orari improvvisamente permessi benché assurdi, guardi il riflesso della luce nel liquido rosso, fai suonare i cubetti di ghiaccio.

“Segni sulla camera”, non hai più responsabilità adesso. Ti piaceva questa esistenza sospesa: non essere da nessuna parte, in pausa, senza curiosità. Pensi sia una catena, un hotel così in ogni città, ma c’è solo questo. Fuori, oltre l’ingresso ci sono soltanto dannati, niente aria condizionata, nulla che si perda nella traduzione. Uscendo dall’ascensore non vai mai dalla parte giusta, nemmeno restassi un anno intero. E’ il tuo modo per non prendere residenza, per non abituarti. C’è già un’auto scura che ti aspetta. C’è sempre stata, da quando sei nato. Tu credi sia successo la scorsa notte, ma ogni notte alla stessa ora, non sai per quanto ancora, una voce ti sveglia dicendo: “Benvenuto all’hotel Purgatorio”.