La prima cosa bella di mercoledì 9 giugno 2021 è la lettera da un bambino mai morto. L'ho trovata a pagina 191 dell'ultimo libro di Emmanuel Carrère, Yoga, e mi ha molto colpito. Le lettere, per la precisione, sono due. L'autore le riceve da un'amica, come conforto mentre attraversa una profonda depressione. A scriverle è un ragazzino di 8 anni, durante le purghe del 1936 in Urss. La prima: "Cara babuska, non sono ancora morto. Sei la sola persona che mi resta al mondo e io la sola che resta a te. Se non muoio, quando sarò grande e tu molto vecchia, lavorerò e mi prenderò cura di te. Tuo nipote". La seconda: "Cara babuska, non sono morto nemmeno questa volta. Non è la volta di cui ti ho parlato nell'ultima lettera. Continuo a non morire". Ora, smesso di sorridere, ci si può chiedere che cosa tenesse in vita quel bambino stupito della propria sopravvivenza. Il caso? O la necessità? La risposta che diamo ci colloca nel mondo. Possiamo credere che il bambino non morisse perché toccava sempre a qualcun altro, il suo numero non usciva, gli assassini non lo vedevano, era troppo piccolo, troppo fortunato. Oppure credere che a tenerlo in vita fosse una ragione, lo scopo che si era dato, forte e chiaro, che quel desiderio di lavorare e prendersi cura di qualcun altro gli conferisse una forza speciale, una invulnerabilità al passaggio della storia. Scegliete voi. Nel dubbio, ragionate come lui.