La prima cosa bella di mercoledì 30 giugno 2021 è il rifugio segreto di Truman Capote, in fuga dall’estate e dalle troppe luci della sua vita, sull’Isola del Giglio.
Il capitano che mi porta lungo la costa a vedere residui di Concordia indica un punto a est di Campese, tra rocce e vegetazione. Dice: “Lì c’era il capanno dell’Inglese”. Mi incuriosisco: “E chi era questo Inglese?”. “Uno scrittore: Truman Capote”. “Ma era americano…”. “Sì, però siccome era un po’ così, qui lo chiamavano l’Inglese”. Non obietto.
Ascolto i racconti su Capote che cenava nelle taverne al Castello o sul mare, poi saliva tra queste pietre, di fronte alle stelle e recitava, immagino, preghiere da non esaudire. Scriveva e cancellava. Voltava pagina e l’affidava al vento. Lasciava tornare i suoi ospiti all’Argentario e si nascondeva qui: “Una volta un amico italiano noleggiò una barca di suprema eleganza e mi invitò ad aggregarmi alla sua famiglia per una crociera”. Conta sempre dove si sbarca.
Quando provo a immaginare Capote non c’è scampo: o ha il volto giovanile ed efebico delle terze di copertina o quello terminale di Philip Seymour Hoffman. Ci sono delle fotografie che lo ritraggono al Giglio, ma non le mostrano. Come i suoi inediti, restano al riparo della curiosità, del tempo, del suo stesso desiderio di dissipazione.