La prima cosa bella di lunedì 5 luglio 2021 è Sophie, una docuserie su Netflix, va bene, ma una donna speciale, una vittima senza giustizia, un caso che mi insegue da 25 anni. Sophie era la moglie, la terza, di un famoso produttore cinematografico francese. Già separata, madre bambina di un figlio. Anche il secondo matrimonio non aveva funzionato e neppure la relazione parallela. Era bella e sfortunata. Se ne andò a passare un Natale da sola in una casa isolata, sulla costa irlandese: un letto singolo dove leggeva alla luce intermittente di un faro. La trovarono morta fra gli sterpi. I sospetti si addensarono su un giornalista locale che, nelle corrispondenze per Londra e Dublino, rivelava particolari mai svelati dalla polizia. Sapeva troppo. Il giornale per cui lavoravo mi mandò lassù. Vento freddo e un soffio di follia. Rintracciai il giornalista. Era come le poesie che scriveva. Pure lì: tanto vento. Lo arrestarono. Era più che probabilmente colpevole, lo andava anche rivelando quando aveva bevuto. Scrissi il pezzo e tornai a casa. Dieci anni dopo, in India, incontrai una donna bionda e apparentemente molto ricca. Si presentò con aspetto e nome slavi. Mi disse che organizzava un festival del cinema in Marocco. Era la quarta e ultima moglie del produttore francese. La sua vedova. Si erano sposati due anni dopo il delitto. La loro relazione durava da tempo. Il giornalista sosteneva che fosse stato un assassinio su commissione. Nel caso, il killer sarebbe stato lui. Guardando Sophie si scopre che è stato condannato in contumacia in Francia, ma vive libero in Irlanda dove non è mai stato processato perché le prove non erano considerate sufficienti. In questa storia ci sono leggende, coincidenze, scogliere, il maledetto vento e una sola cosa bella: Sophie che leggeva alla luce del faro e che nessun uomo seppe amare. Come in molte vicende di cronaca, il paradosso è che si salva solo la vittima.
Oh, Sophie
di Gabriele Romagnoli