La prima cosa bella di giovedì 2 marzo 2023 è la sindrome dell’impostore, quella sana percezione di sé che fa pensare di non meritare il successo ottenuto e che si sarà, presto o tardi, smascherati.
Ci pensavo incontrando a Belfast il mio amico Barry O’Hara, che vive tra qui e New York. Gestisce con ottimi risultati una catena di famosi alberghi. È partito dal nulla, da un quartiere povero della zona ovest, si è fatto da sé. Ha un grosso conto in banca, una bella famiglia ed ha avuto perfino un trascorso sportivo testimoniato da alcune medaglie. Eppure non si sente all’altezza del proprio esito, pensa sia stata fortuna, tempismo, qualunque fattore non dipendente da lui. Pensa di essere dov’è al posto di un altro che s’è perso.
Indicando il pub intorno a noi ha detto: “Vedi, questo è vuoto, un altro è pieno, ma la birra è la stessa. E allora?”. Gli sono amico anche per questo. La sindrome dell’impostore è in fondo il nome che due psicologhe negli Anni 70 hanno dato alla modestia, ribattezzandola. È la sensazione profonda e veritiera che tutti i destini sono legati a fili che possono spezzarsi in qualunque istante e che il vento può mandare altrove. Il mondo è pieno di tipi che si credono fenomeni e per di più affettano modestia falsa. Impostori, senza sindrome.