La prima cosa bella di venerdì 7 luglio 2023 è l’arte perduta del sacrificio, qualcosa che non siamo più capaci non soltanto di fare, ma neppure di proporre o di elogiare. Non è ovviamente il sacrificio ‘a’, ma il sacrificio ‘per’: quello del patrimonio, del benessere, di un arto o della vita stessa per i figli, un bene comune, un valore morale che si ritiene superiore alla propria esistenza.
È stato relegato a eccezione non compresa. L’ultima volta che un politico propose ‘sacrifici’ e venne seguito erano gli Anni Settanta. Ben più lontano il discorso ‘sangue, sudore e lacrime’. Se oggi qualcuno ci prova (e timidamente l’ha fatto) gli sbattono in faccia i sondaggi in cui ha perso il due per cento e subito passa alle promesse.
Non si usa più nemmeno il termine. Si preferisce ‘resilienza’: capacità di resistere, senza arretrare, tenendo quel che si ha, ridotto dal caso, dalla necessità, non dalla volontà. L’avessero chiamato Piano Nazionale di Ripresa e Sacrifici, sai le pernacchie.
È stata guardata con sospetto la madre che ha denunciato il figlio, colpevole di omicidio. Su quale altare lo ha sacrificato? Incriminata quella che ha cercato di prendersi la sua colpa per un incidente stradale. Senza accorgersi che erano due facce della stessa moneta fuori corso. Eppure, dalla notte dei tempi, il suo valore è universale.