La prima cosa bella di mercoledì 2 ottobre 2024 è Beirut, città di cicatrici, protesi e con la cartella clinica di un morente che tuttavia non muore mai. Finché muore.
Per amarla occorre l’attrazione per quel tipo di essere che sopravvive: all’incidente in auto, allo tsunami, a un tentativo di suicidio. Che vive nelle tregue, ma non si riconosce allo specchio. Gli altri ricordano un tempo di splendore, ma lei sa che lo splendore è anticipazione della rovina, per cui meglio la rovina, anticipazione di un nuovo splendore.
Beirut è una pietra di paragone, del tutto inappropriata. Viene evocata per descrivere botte tra pagliacci, quando è puro Shakespeare in guerra. Ogni volta che muore uno altri 16 fan festa. La parola “resilienza” è nata in libanese, poi tradotta fino a renderla stucchevole. Beirut non muore domani, è morta ieri. E’ un riflesso di sé nelle vite di altre. A ogni tregua i vecchi guardano l’orologio, come fanno nel pomeriggio pregustando l’ora di cena. Riconoscono le bombe come un odore che arriva da lontano, dalla cucina di una casa, che già non c’è più. Delle macerie, fanno tesoro.