La scuola siamo noi

Banzai Aprea, tacco e perle

2 minuti di lettura
Il tacco a spillo in acciaio era nascosto dal palco di Palazzo Chigi, ma il triplo giro di perle cobalto indossate con sprezzo da Valentina Aprea abbacinava la conferenza stampa della sobria Mariastella Gelmini. Lei, ministro, concedeva al plateale solo le braccia scoperte mentre recitava il mantra della scuola che funziona. Al suo fianco, ecco, Valentina, la suggeritrice delle cose peggiori delle riforme scolastiche del centrodestra, la guerriera del merito in tenuta da combattimento: tacco sado e perle shocking. Maestra elementare, poi direttrice didattica a Milano 3 e sottosegretario all'Istruzione in due edizioni dell'esecutivo Berlusconi, l'Aprea era lì l'altra mattina a presenziare al nuovo avvio dell'anno scolastico che offre al Nord classi pollaio (e la Gelmini ti dice che tutto è regolare) e al Sud edifici pericolosi (uno su due) e con l'amianto incorporato (e tutto questo mica finisce nella cartellina stampa ministeriale).

Il ministro chiudeva la litania monocorde, "sarà un avvio di stagione regolare", e lei, l'Aprea dal capello corto e corvino si prendeva la scena lanciando la nostra scuola  impoverita in un futuro di concorrenza e lezioni in lingua inglese. "Diciamolo, la scuola italiana non solo deve premiare il merito, ma deve essere più aggressiva". Aggressiva. Non deve formare, non deve educare, né spingere al ragionamento o alla comprensione dei tempi in cui viviamo. Non può più permettersi di essere umanistica e comprensiva: deve essere aggressiva.

Di lei, 55 anni e un viso tondo che non riesce mai ad ammorbidire i pensieri da Crudelia Demon, autrice di La scuola che non c'è ma soprattutto di memorabili cene meneghine con il Silvio a sorriso incorporato, si ricorda il programma per un'istruzione aggressiva (che per fortuna non c'è e forse non si farà in tempo ad averla). Intervenendo a un seminario organizzato dall'Associazione nazionale dirigenti scolastici a Torino, Valentina Aprea issandosi sui suoi tacchi lanciò tra i colleghi timorosi la sua "proposta dirompente" (così la definì) per una nuova istruzione. Uno: la Lombardia spende solo il 2% di Pil, la Calabria spende l'8% per i risultati che tutti conosciamo; la Lombardia ha diritto da subito a 12.000 docenti in più. Poi: più potere ai dirigenti scolastici, facciamo sparire (sparire, niente di meno) le sovrastrutture dell'amministrazione periferica. Tre: ci portiamo dietro vecchie logiche del secolo scorso, conseguenza del lungo '68 politico-sindacale (sparire anche quello). Quindi, quattro: bisogna superare i luoghi comuni di diritti e garanzie, "non è più possibile avere 900.000 docenti che vogliono solo garanzie". Siamo impazziti? Diritti e garanzie restino nel Novecento, qui c'è da produrre. Non è finita. Come ricordano le cronache del seminario, "nella parte finale del suo intervento Aprea ha ulteriormente alzato il tiro". Un crescendo rossiniano. Nel futuro, si è spinta Crudelia, avremo albi regionali a cui si iscriveranno gli aspiranti all'insegnamento al termine dei sei anni di formazione universitaria. I dirigenti chiameranno direttamente dall'albo regionale, i docenti avranno l'obbligo di restare cinque anni nella stessa regione: al termine dei primi tre saranno valutati e se vorranno cambiare scuola dovranno partecipare a bandi di concorso di reti di scuole. Per chiudere: assunzioni dirette da parte delle scuole, "diamo alle scuole la libertà di assumere chi vogliono". Certo. Con quali soldi? E i precari? Al macero? E le graduatorie? Nel caminetto acceso?

Con il volgere al termine della stagione berlusconiana, e con essa di un'idea della scuola tutta privata e di censo, anche Banzai Aprea dovrà scendere dai suoi tacchi.