Centomila studenti sono tanti, 98.251 per la precisione. E se rispondono a sette quesiti sulla scuola, l’università e il loro futuro forniscono due cose contemporaneamente: un’indagine generazionale e una piattaforma politica. Sì, sono spesso studenti (quei centomila) progressisti e impegnati: li ha intervistati la Rete della conoscenza, organizzazione che ha militato con protagonismo negli anni della rivolta anti-Gelmini e poi nella più contenuta contestazione ai tecnici. Ma di fronte a questi numeri — quasi centomila, ragazzi intervenuti da tutta Italia — è indubbio che l’impatto statistico sia credibile. Un referendum studentesco fatto così, ecco, va letto e ascoltato. Dalla politica innanzitutto.
La prima domanda, e soprattutto le sue risposte multiple, riassumono il senso del lavoro e l’idea di una generazione: la generazione precaria. «Quale diritto ti viene maggiormente negato?», si chiede. E ancora: «Qual è la tua più grande paura?» Il 73 per cento ha risposto dicendo: la precarietà, la mancanza di lavoro o l’ottenimento di un lavoro che non corrisponde a ciò per cui ho studiato. Non servirebbe altro. Sembra il motto scolpito — ci auguriamo non un epitaffio — per rappresentare chi oggi ha tra i sedici e i trent’anni. Tutto sommato, di fronte al timore precarietà, le altre paure appaiono residuali: teme la qualità dell’insegnamento solo il 9 per cento e l’interruzione degli studi per mancanza di soldi un altro 9 per cento (eppure oggi un ragazzo su cinque lascia l’università per difficoltà economiche). Due studenti su cento, che qui sono 1.951 in tutto, veleggia sereno nella consapevolezza che «nessun diritto viene negato» a un giovane cittadino.
Il 62 per cento, e passiamo alla domanda due, non vuole i privati nelle università, nei consigli di amministrazioni, nelle fondazioni. C’è un 26 per cento che comprende che gli indebitati atenei oggi hanno bisogno dei privati, ma la didattica, la ricerca e le linee programmatiche devono restare comunque salde nelle mani delle università. Il giudizio degli studenti sull’autonomia scolastico-universitaria, sì, è disastroso: con i tagli delle risorse statali sono arrivate interferenze esterne non gradite.
Il reddito di formazione di derivazione nordeuropea è considerato una risorsa anche per noi (da noi, però, non c’è). Il 54 per cento ritiene che, se assegnato in base al reddito e ai successi, può stimolare gli studi. Un restante 35 per cento crede che può far crescere la formazione individuale. Va ricordato come tra il 2008 e il 2013 ai tagli pubblici nell’istruzione si siano aggiunti i tagli privati alla cultura (a causa del minor reddito pro capite). In discesa, hanno detto altre statistiche, sono state le visite ai musei, i biglietti teatrali e cinematografici venduti (soprattutto ai giovani). Nuove barriere all’accesso culturale che si sono andate a sommare a quelle scolastiche.
Oltre il 45 per cento degli intervistati ritiene che le borse di studio debbano essere date — su base nazionale e non regionale — ai “meno abbienti”. Meglio, ai “privi di mezzi” «per garantire la loro emancipazione dalla famiglia e la libertà di scelta». Un quarto del campione ritiene che i “privi di mezzi” debbano mostrare «le capacità» per meritare una borsa di studio e un altro quarto ritiene che solo le capacità debbano essere premiate. L’indebitante prestito d’onore di origine nordamericana lo vuole solo il 3,65%.
Il 77 per cento chiede stage legati agli studi realizzati e sul numero chiuso, domanda sei, il 30 per cento — non è poco — non contesta la situazione attuale: a numero programmato devono restare quelle facoltà indicate dall’Unione europea (Medicina, Architettura, Odontoiatria). Il 57 per cento vorrebbe le università «totalmente aperte», il 12 per cento «totalmente chiuse». Il 48 per cento vorrebbe, infine, una valutazione (Invalsi, Ava) più democratica, immaginata non per fare selezione, piuttosto per far crescere la qualità dello studio. Solo il 27% definisce la valutazione «da contrastare», la maggioranza non la rigetta. Un referendum maturo.
La prima domanda, e soprattutto le sue risposte multiple, riassumono il senso del lavoro e l’idea di una generazione: la generazione precaria. «Quale diritto ti viene maggiormente negato?», si chiede. E ancora: «Qual è la tua più grande paura?» Il 73 per cento ha risposto dicendo: la precarietà, la mancanza di lavoro o l’ottenimento di un lavoro che non corrisponde a ciò per cui ho studiato. Non servirebbe altro. Sembra il motto scolpito — ci auguriamo non un epitaffio — per rappresentare chi oggi ha tra i sedici e i trent’anni. Tutto sommato, di fronte al timore precarietà, le altre paure appaiono residuali: teme la qualità dell’insegnamento solo il 9 per cento e l’interruzione degli studi per mancanza di soldi un altro 9 per cento (eppure oggi un ragazzo su cinque lascia l’università per difficoltà economiche). Due studenti su cento, che qui sono 1.951 in tutto, veleggia sereno nella consapevolezza che «nessun diritto viene negato» a un giovane cittadino.
Il 62 per cento, e passiamo alla domanda due, non vuole i privati nelle università, nei consigli di amministrazioni, nelle fondazioni. C’è un 26 per cento che comprende che gli indebitati atenei oggi hanno bisogno dei privati, ma la didattica, la ricerca e le linee programmatiche devono restare comunque salde nelle mani delle università. Il giudizio degli studenti sull’autonomia scolastico-universitaria, sì, è disastroso: con i tagli delle risorse statali sono arrivate interferenze esterne non gradite.
Il reddito di formazione di derivazione nordeuropea è considerato una risorsa anche per noi (da noi, però, non c’è). Il 54 per cento ritiene che, se assegnato in base al reddito e ai successi, può stimolare gli studi. Un restante 35 per cento crede che può far crescere la formazione individuale. Va ricordato come tra il 2008 e il 2013 ai tagli pubblici nell’istruzione si siano aggiunti i tagli privati alla cultura (a causa del minor reddito pro capite). In discesa, hanno detto altre statistiche, sono state le visite ai musei, i biglietti teatrali e cinematografici venduti (soprattutto ai giovani). Nuove barriere all’accesso culturale che si sono andate a sommare a quelle scolastiche.
Oltre il 45 per cento degli intervistati ritiene che le borse di studio debbano essere date — su base nazionale e non regionale — ai “meno abbienti”. Meglio, ai “privi di mezzi” «per garantire la loro emancipazione dalla famiglia e la libertà di scelta». Un quarto del campione ritiene che i “privi di mezzi” debbano mostrare «le capacità» per meritare una borsa di studio e un altro quarto ritiene che solo le capacità debbano essere premiate. L’indebitante prestito d’onore di origine nordamericana lo vuole solo il 3,65%.
Il 77 per cento chiede stage legati agli studi realizzati e sul numero chiuso, domanda sei, il 30 per cento — non è poco — non contesta la situazione attuale: a numero programmato devono restare quelle facoltà indicate dall’Unione europea (Medicina, Architettura, Odontoiatria). Il 57 per cento vorrebbe le università «totalmente aperte», il 12 per cento «totalmente chiuse». Il 48 per cento vorrebbe, infine, una valutazione (Invalsi, Ava) più democratica, immaginata non per fare selezione, piuttosto per far crescere la qualità dello studio. Solo il 27% definisce la valutazione «da contrastare», la maggioranza non la rigetta. Un referendum maturo.