Quello pubblicato da Qs, il primo (per anzianità di servizio) ranking universitario internazionale, ci offre la migliore classifica italiana da quando il network inglese per l'alta educazione esiste, cioè dal 2004. Qs "stagione 2014-2015" ci dice che i nostri atenei migliorano - seguendo i parametri offerti dal media - e migliorano da sei stagioni a questa parte. Certo, e questo è il punto di partenza, restiamo lontani da quelli americani (undici nei primi venti, è interessante notare come Qs ritenga il Mit di Boston con 100 punti superiore ad Harvard, premiata da tutti gli altri ranking). Restiamo lontani dagli inglesi (Cambridge è seconda, Oxford quinta e superata dall'Imperial college), dagli svizzeri e dai canadesi. Restiamo ancora lontani dai punteggi assegnati alle università dell'Asia orientale, alle "ecoles supérieures" francesi, agli atenei tedeschi e nordeuropei. Però, cresciamo. E che questa crescita duri da sei stagioni - sei stagioni in cui l'università italiana è stata pesantemente definanziata - rende il risultato significativo.
Molti rappresentanti delle élite universitarie italiane considerano i ranking mondiali affermati (sono cinque, e Qs è sicuramente un riferimento) inutili, arbitrari, "pro domo anglo-saxons". Per i docenti e i rettori che li leggono, cercando di trarne ispirazione per migliorarsi e per risultare più attraenti per il vasto popolo dei 18-24 enni del mondo, le notizie e le conclusioni sono queste. L'Alma Mater di Bologna resta per il settimo anno consecutivo la prima università italiana. Il suo 182° posto con uno score di 55,8 punti (su cento), lo stesso dell'Università di Stoccolma, è il miglior risultato italiano quest'anno ed è il secondo di sempre per un'italiana (solo nel 2009 Bologna fece meglio, 174ª). L'Alma Mater, unica del Paese tra le top 200, ha migliorato sei posizioni rispetto all'anno scorso e dodici rispetto a due anni fa. "La qualità dei suoi laureati", si legge, "i suoi docenti riconosciuti internazionalmente e il livello della sua ricerca le danno un vantaggio competitivo, specialmente sul mercato del lavoro".
Il punto è proprio quello segnalato dalla performance di Bologna Alma Mater: il miglioramento. Il concetto è applicabile alle migliori università italiane (sono ventisei secondo gli inglesi). Se si considerano le top 500 nel mondo, l'Italia riesce a portare dentro 15 università. L'anno scorso erano sedici, una in più. Sono scivolate fuori classifica Milano Bicocca e Genova, è entrata Siena (con i suoi vertici, entusiasti del risultato, che segnalano come sia la prima università nazionale nell'indice per citazioni). Ma rispetto all'anno scorso tredici atenei italiani hanno migliorato score e posizione e soltanto due (la Sapienza del declinante Frati, comunque seconda, e la Statale di Milano, comunque quarta) hanno perso posizioni.
È un avanzamento di massa, che fa pensare a un miglioramento del sistema, viste le proporzioni. Pavia ha scalato 40 posizioni, Firenze 42, la Federico II di Napoli 52. L'Università Cattolica del Sacro Cuore, "la più grande privata in Europa con 41 mila studenti", addirittura 74. A questo giro, dieci atenei (sui 19 entrati in sei anni nella top 500) prendono il loro miglior risultato decennale. Ed è interessante che questo accada sul medio periodo: dal 2009 a oggi nelle 500 migliori sono entrate sei università italiane in più. Va ricordato poi che altri undici atenei, in questo 2014, si trovano tra i primi 800 e che dell'intero Sud c'è solo la Federico II tra le prime 500, Catania e Bari tra le prime 800.
Le contestazioni ai ranking possono emergere con una qualche ragione. Colpisce la brutta classifica di un ateneo italiano, Cà Foscari, sempre tra i primi tre nelle classifiche nazionali e ministeriali. Colpisce come la Bocconi, la migliore delle italiane in Europa secondo il Financial Times, sia fuori dalla classifica Qs. Vediamo, allora, quali sono i criteri con i quali da dieci anni i londinesi di Qs scelgono i migliori e lo fanno, secondo statuto, per consentire agli studenti nel mondo di orientarsi nella maniera più oggettiva possibile. Il World University Rankings analizza 3.000 università e alla fine ne compara 863. Sono quattro le grandi aree di valutazione offerte a studenti e ricercatori: ricerca, insegnamento, possibilità di lavoro, profilo internazionale. Queste quattro aree sono valutate usando sei indicatori: la reputazione accademica (pesa il 40%), la reputazione dei suoi dirigenti (10%), la proporzione tra studenti e docenti (20%), le citazioni di ogni facoltà (20%), il profilo internazionale dei suoi studenti (5%) e il profilo internazionale del management (5%). Si può contestare, ma è tutto molto chiaro e comprensibile.
L'indicatore dove si sono visti i miglioramenti più significativi per gli atenei d'Italia è la "reputazione accademica". E così è cresciuto l'indicatore che misura l'impatto della ricerca prodotta nei cinque anni precedenti: 19 università sulle 26 totali sono cresciute rispetto al 2013. Molti atenei hanno perso posizioni per la reputazione presso i recruiters internazionali e per il rapporto numerico tra studenti e docenti: l'effetto dei tagli, la recessione. Negli indicatori più legati alla internazionalizzazione l'Italia è poco competitiva, in un sistema mondiale dominato nella formazione e nella ricerca dall'inglese.
Molti rappresentanti delle élite universitarie italiane considerano i ranking mondiali affermati (sono cinque, e Qs è sicuramente un riferimento) inutili, arbitrari, "pro domo anglo-saxons". Per i docenti e i rettori che li leggono, cercando di trarne ispirazione per migliorarsi e per risultare più attraenti per il vasto popolo dei 18-24 enni del mondo, le notizie e le conclusioni sono queste. L'Alma Mater di Bologna resta per il settimo anno consecutivo la prima università italiana. Il suo 182° posto con uno score di 55,8 punti (su cento), lo stesso dell'Università di Stoccolma, è il miglior risultato italiano quest'anno ed è il secondo di sempre per un'italiana (solo nel 2009 Bologna fece meglio, 174ª). L'Alma Mater, unica del Paese tra le top 200, ha migliorato sei posizioni rispetto all'anno scorso e dodici rispetto a due anni fa. "La qualità dei suoi laureati", si legge, "i suoi docenti riconosciuti internazionalmente e il livello della sua ricerca le danno un vantaggio competitivo, specialmente sul mercato del lavoro".
Il punto è proprio quello segnalato dalla performance di Bologna Alma Mater: il miglioramento. Il concetto è applicabile alle migliori università italiane (sono ventisei secondo gli inglesi). Se si considerano le top 500 nel mondo, l'Italia riesce a portare dentro 15 università. L'anno scorso erano sedici, una in più. Sono scivolate fuori classifica Milano Bicocca e Genova, è entrata Siena (con i suoi vertici, entusiasti del risultato, che segnalano come sia la prima università nazionale nell'indice per citazioni). Ma rispetto all'anno scorso tredici atenei italiani hanno migliorato score e posizione e soltanto due (la Sapienza del declinante Frati, comunque seconda, e la Statale di Milano, comunque quarta) hanno perso posizioni.
È un avanzamento di massa, che fa pensare a un miglioramento del sistema, viste le proporzioni. Pavia ha scalato 40 posizioni, Firenze 42, la Federico II di Napoli 52. L'Università Cattolica del Sacro Cuore, "la più grande privata in Europa con 41 mila studenti", addirittura 74. A questo giro, dieci atenei (sui 19 entrati in sei anni nella top 500) prendono il loro miglior risultato decennale. Ed è interessante che questo accada sul medio periodo: dal 2009 a oggi nelle 500 migliori sono entrate sei università italiane in più. Va ricordato poi che altri undici atenei, in questo 2014, si trovano tra i primi 800 e che dell'intero Sud c'è solo la Federico II tra le prime 500, Catania e Bari tra le prime 800.
Le contestazioni ai ranking possono emergere con una qualche ragione. Colpisce la brutta classifica di un ateneo italiano, Cà Foscari, sempre tra i primi tre nelle classifiche nazionali e ministeriali. Colpisce come la Bocconi, la migliore delle italiane in Europa secondo il Financial Times, sia fuori dalla classifica Qs. Vediamo, allora, quali sono i criteri con i quali da dieci anni i londinesi di Qs scelgono i migliori e lo fanno, secondo statuto, per consentire agli studenti nel mondo di orientarsi nella maniera più oggettiva possibile. Il World University Rankings analizza 3.000 università e alla fine ne compara 863. Sono quattro le grandi aree di valutazione offerte a studenti e ricercatori: ricerca, insegnamento, possibilità di lavoro, profilo internazionale. Queste quattro aree sono valutate usando sei indicatori: la reputazione accademica (pesa il 40%), la reputazione dei suoi dirigenti (10%), la proporzione tra studenti e docenti (20%), le citazioni di ogni facoltà (20%), il profilo internazionale dei suoi studenti (5%) e il profilo internazionale del management (5%). Si può contestare, ma è tutto molto chiaro e comprensibile.
L'indicatore dove si sono visti i miglioramenti più significativi per gli atenei d'Italia è la "reputazione accademica". E così è cresciuto l'indicatore che misura l'impatto della ricerca prodotta nei cinque anni precedenti: 19 università sulle 26 totali sono cresciute rispetto al 2013. Molti atenei hanno perso posizioni per la reputazione presso i recruiters internazionali e per il rapporto numerico tra studenti e docenti: l'effetto dei tagli, la recessione. Negli indicatori più legati alla internazionalizzazione l'Italia è poco competitiva, in un sistema mondiale dominato nella formazione e nella ricerca dall'inglese.