L'erba dei campi vicini è sempre più verde. Le pozzolane sono tutte uguali. Dure, irregolari, i sassolini bucano scarpe e ginocchia, la polvere e il sudore s'attaccano ai calzini quando fa caldo, le facce s'imbrattano di fango nei giorni di pioggia. Il marrone della pozzolana è il calcio dei povera gente. Un marrone di terra battuta mai battuta veramente, quasi grigia. Ma i tredicenni come Perzival Mgidi, nella township sudafricana di Mamelodi, non ci fanno caso. Imparano presto a faticare, a sentirsi i piedi bruciare, a respirare l'aria mescolata agli scarichi degli autobus.
Come tutto ciò che contiene, istruttori, magazzini, indumenti, pallone, allievi e recinzioni, la scuola di Mamelodi è la misura delle risorse del suo piccolo calcio. Qui Perzival e i suoi compagni vivono e giocano sognando Drogba. I piedi o sono nudi o nascosti da un paio di Puma strappate sopra e sfondate sotto. Non c'è la rete, le righe del campo sono segni irregolari di gesso fatti a mano. Nei tornei di Perzival si vince senza perdere. Non ci sono classifiche. I palloni sono quelli che Nike e Adidas chiamano ottimisticamente "replay", copie disgraziate dei modelli ufficiali con cui si gioca in Champions. Nei negozi europei costano un quarto di quelli ufficiali e la loro durata è pressoché nulla. Nei porti africani ne sbarcano a migliaia, sgonfi e cellophanati. Appena toccano terra perdono colore ed esagoni.
Ma a Perzival non importa. Come non importa se i pantaloncini sono sdruciti e se qualcuno si presenta addirittura in mutande: "Ma qualcosa cambierà anche dove non ci sono ancora abbastanza soldi", dice il responsabile del settore giovanile dell'Ajax Cape Town Maarten Stekelenburg, succursale dell'Ajax di Cruyff e Van Basten, che ogni anno, come la casa madre olandese, organizza le "giornate del talento" raccogliendo centinaia di ragazzini pronti a crescere fra scuola e gol: "Una volta che restano con noi, gli chiediamo soltanto di non andare a scuola già con gli scarpini ai piedi".
Il calcio, a Mamelodi e nelle altre centinaia di scuole calcio che sono nate, nascono e nasceranno in Africa, non è solo divertimento. È anche e soprattutto una prospettiva diversa da cui vedere, o immaginare, il proprio futuro: "Osano, questi ragazzi hanno cominciato ad osare", dice Abedì Ayew Pelé, ex calciatore del Torino e ora direttore della scuola calcio di Niania ad Accra, in Ghana. Dalle sue parti Abedi è un guru: "Sono orgoglioso di quello che stiamo facendo. Questi giovanotti li abbiamo visti crescere, venivano qui con i genitori, tutti preoccupati. Le prime volte dovevamo rassicurarli che non li avremmo venduti in cambio di una barca. Il calcio, almeno all'inizio, è soltanto un pretesto per unirli, insegnargli le cose più semplici, come per esempio curare il proprio corpo".
Forme base di aggregazione per i giovani ma anche una spinta per le famiglie a migliorare "il loro rapporto con i medici e le medicine". Tutti i giorni Mister Pelé arriva nel piccolo centro sportivo con l'autista. Sprofonda nella sua sedia bianca da regista posizionata nel cerchio di centrocampo e da lì, senza muovere un dito, osserva l'allenamento. A fine giornata, come fosse un rituale, si alza e applaude: "Qui abbiamo ragazzi dai quattordici ai vent'anni. Ne abbiamo sempre una quarantina". Più grandi di Perzival: "Ma a volte, anche a vent'anni, devi insegnargli tutto. Se non gli disegni la mappa e non gli spieghi la direzione, prendono di sicuro l'autobus sbagliato: ma non sono stupidi, sono solo impauriti".
Scuole calcio in Marocco, Uganda, Camerun, Angola e Congo.
A Milano li hanno chiamati Inter Campus. Moratti lavora al progetto dal 1997 coprendo ventuno paesi in ogni parte del mondo: "Noi cerchiamo anzitutto di metterci in contatto con le strutture già operanti sul luogo, salesiani, onlus, ong, gruppi medici o con partner locali. Attraverso la straordinaria forza aggregante del calcio impostiamo un lavoro prima di tutto pedagogico, poi sportivo. I nostri ragazzi vanno tutti dagli otto ai quattordici anni. Non vogliamo entrare nell'area del potenziale professionismo. Siamo e rimaniamo un progetto educativo", spiega Nicoletta Frutti, responsabile del marketing di Inter Campus. In Angola lavorano con i bambini della Lixeira ("immondezzaio") di Luanda e delle cittadine di Viana e Cala Cala. Dal 2001 coinvolgono in Camerun cinquecento bambini l'anno. In Marocco operano nella periferia di Casablanca (Sidi Moumeen e El Fida'a).
Patrick Vieira, ex-Juve e ex-Inter, ha aperto da poco una scuola in Sudafrica, la seconda dopo quella dei Diambars, la scuola dei "guerrieri", un progetto da sette milioni di euro realizzato in Senegal, suo paese d'origine, sostenuto dalla regione di Calais, dal Ministero degli esteri francese e dall'Unesco: "Guardatevi il sito, siamo un modello di organizzazione". Guardiamolo: diambars. com. Ascoltiamolo: "Il nostro motto è: un gol per diventare uomini". I "guerrieri" di Vieira, guerrieri nel senso buono, samurai in erba, sono degli innamorati del mondo: un colorato universo di calcio che improvvisamente gli è piovuto addosso a ottanta chilometri da Dakar, in un paesotto chiamato Saly. Cinque anni di scuola per ottenere una specie di diploma: "Poi possono sognare anche l'Europa, ma devono rispettare le regole della nostra organizzazione. Che non sono complicate", spiega Bernard Lama, ex portiere della Francia e co-fondatore dell'istituto. Calcio, scuola tradizionale sui banchi, con orari e materie, ma anche lezioni professionali per evitare che un giorno, senza calcio, non si trovino spiazzati.
Regole semplici, dunque, ma obbligate. Come quelle della Académie Mimosas fondata da Jean Marc Guillou, il primo visionario del calcio africano. La sua storia somiglia a quella di Fitzcarraldo. Nel '92 lo cerca Roger Ouegnin, il boss dell'Asec, la squadra più popolare della Costa d'Avorio. Ouegnin aveva ricevuto mandato dal presidente Felix Houphouet-Boigny, il padre della democrazia ivoriana: "Create un modo nuovo di ricostruire la società attraverso il calcio giovanile". Guillou fonda l'Asec Mimosas in una località magica e con un nome luminoso: "Sol beni", sole benedetto. Da Guillou ("abbiamo costruito un teatro nel nulla e siamo riusciti a riempirlo") si formeranno gran parte dei calciatori che hanno portato la Costa d'Avorio ai prossimi mondiali sudafricani: i fratelli Kolo e Yaya Touré, Zokora, Kalou, Eboué, Boka, Baky.
Guillou giocava a calcio nei duri anni Sessanta della provincia francese, per strada, con le porte disegnate sui muri e i palloni fatti di pezza, è cresciuto sulla pozzolana ed è arrivato alla nazionale francese. La pozzolana, come idea di calcio rimediato e sempre un po' disperato, ostaggio comunque della fantasia, gli è rimasta in testa: "Mi rivedo in questa miseria piena di luce. Noi eravamo come loro, avevamo le magliette strappate o rubate ai fratelli maggiori. Eravamo sempre sporchi e inventavamo le radiocronache. Mia madre mi inseguiva con la scopa. Adesso solo qui il calcio, per paradosso che sia, è ancora autentico, come in Europa nel dopoguerra, come la boxe negli Stati Uniti ottant'anni fa". Dice il tecnico del Mozambico, l'olandese Mart Nooij: "È in Africa che puoi ancora sognare, con tanto o con poco. In Europa i sogni sono finiti da un pezzo".
Come tutto ciò che contiene, istruttori, magazzini, indumenti, pallone, allievi e recinzioni, la scuola di Mamelodi è la misura delle risorse del suo piccolo calcio. Qui Perzival e i suoi compagni vivono e giocano sognando Drogba. I piedi o sono nudi o nascosti da un paio di Puma strappate sopra e sfondate sotto. Non c'è la rete, le righe del campo sono segni irregolari di gesso fatti a mano. Nei tornei di Perzival si vince senza perdere. Non ci sono classifiche. I palloni sono quelli che Nike e Adidas chiamano ottimisticamente "replay", copie disgraziate dei modelli ufficiali con cui si gioca in Champions. Nei negozi europei costano un quarto di quelli ufficiali e la loro durata è pressoché nulla. Nei porti africani ne sbarcano a migliaia, sgonfi e cellophanati. Appena toccano terra perdono colore ed esagoni.
Ma a Perzival non importa. Come non importa se i pantaloncini sono sdruciti e se qualcuno si presenta addirittura in mutande: "Ma qualcosa cambierà anche dove non ci sono ancora abbastanza soldi", dice il responsabile del settore giovanile dell'Ajax Cape Town Maarten Stekelenburg, succursale dell'Ajax di Cruyff e Van Basten, che ogni anno, come la casa madre olandese, organizza le "giornate del talento" raccogliendo centinaia di ragazzini pronti a crescere fra scuola e gol: "Una volta che restano con noi, gli chiediamo soltanto di non andare a scuola già con gli scarpini ai piedi".
Il calcio, a Mamelodi e nelle altre centinaia di scuole calcio che sono nate, nascono e nasceranno in Africa, non è solo divertimento. È anche e soprattutto una prospettiva diversa da cui vedere, o immaginare, il proprio futuro: "Osano, questi ragazzi hanno cominciato ad osare", dice Abedì Ayew Pelé, ex calciatore del Torino e ora direttore della scuola calcio di Niania ad Accra, in Ghana. Dalle sue parti Abedi è un guru: "Sono orgoglioso di quello che stiamo facendo. Questi giovanotti li abbiamo visti crescere, venivano qui con i genitori, tutti preoccupati. Le prime volte dovevamo rassicurarli che non li avremmo venduti in cambio di una barca. Il calcio, almeno all'inizio, è soltanto un pretesto per unirli, insegnargli le cose più semplici, come per esempio curare il proprio corpo".
Forme base di aggregazione per i giovani ma anche una spinta per le famiglie a migliorare "il loro rapporto con i medici e le medicine". Tutti i giorni Mister Pelé arriva nel piccolo centro sportivo con l'autista. Sprofonda nella sua sedia bianca da regista posizionata nel cerchio di centrocampo e da lì, senza muovere un dito, osserva l'allenamento. A fine giornata, come fosse un rituale, si alza e applaude: "Qui abbiamo ragazzi dai quattordici ai vent'anni. Ne abbiamo sempre una quarantina". Più grandi di Perzival: "Ma a volte, anche a vent'anni, devi insegnargli tutto. Se non gli disegni la mappa e non gli spieghi la direzione, prendono di sicuro l'autobus sbagliato: ma non sono stupidi, sono solo impauriti".
Scuole calcio in Marocco, Uganda, Camerun, Angola e Congo.
A Milano li hanno chiamati Inter Campus. Moratti lavora al progetto dal 1997 coprendo ventuno paesi in ogni parte del mondo: "Noi cerchiamo anzitutto di metterci in contatto con le strutture già operanti sul luogo, salesiani, onlus, ong, gruppi medici o con partner locali. Attraverso la straordinaria forza aggregante del calcio impostiamo un lavoro prima di tutto pedagogico, poi sportivo. I nostri ragazzi vanno tutti dagli otto ai quattordici anni. Non vogliamo entrare nell'area del potenziale professionismo. Siamo e rimaniamo un progetto educativo", spiega Nicoletta Frutti, responsabile del marketing di Inter Campus. In Angola lavorano con i bambini della Lixeira ("immondezzaio") di Luanda e delle cittadine di Viana e Cala Cala. Dal 2001 coinvolgono in Camerun cinquecento bambini l'anno. In Marocco operano nella periferia di Casablanca (Sidi Moumeen e El Fida'a).
Patrick Vieira, ex-Juve e ex-Inter, ha aperto da poco una scuola in Sudafrica, la seconda dopo quella dei Diambars, la scuola dei "guerrieri", un progetto da sette milioni di euro realizzato in Senegal, suo paese d'origine, sostenuto dalla regione di Calais, dal Ministero degli esteri francese e dall'Unesco: "Guardatevi il sito, siamo un modello di organizzazione". Guardiamolo: diambars. com. Ascoltiamolo: "Il nostro motto è: un gol per diventare uomini". I "guerrieri" di Vieira, guerrieri nel senso buono, samurai in erba, sono degli innamorati del mondo: un colorato universo di calcio che improvvisamente gli è piovuto addosso a ottanta chilometri da Dakar, in un paesotto chiamato Saly. Cinque anni di scuola per ottenere una specie di diploma: "Poi possono sognare anche l'Europa, ma devono rispettare le regole della nostra organizzazione. Che non sono complicate", spiega Bernard Lama, ex portiere della Francia e co-fondatore dell'istituto. Calcio, scuola tradizionale sui banchi, con orari e materie, ma anche lezioni professionali per evitare che un giorno, senza calcio, non si trovino spiazzati.
Regole semplici, dunque, ma obbligate. Come quelle della Académie Mimosas fondata da Jean Marc Guillou, il primo visionario del calcio africano. La sua storia somiglia a quella di Fitzcarraldo. Nel '92 lo cerca Roger Ouegnin, il boss dell'Asec, la squadra più popolare della Costa d'Avorio. Ouegnin aveva ricevuto mandato dal presidente Felix Houphouet-Boigny, il padre della democrazia ivoriana: "Create un modo nuovo di ricostruire la società attraverso il calcio giovanile". Guillou fonda l'Asec Mimosas in una località magica e con un nome luminoso: "Sol beni", sole benedetto. Da Guillou ("abbiamo costruito un teatro nel nulla e siamo riusciti a riempirlo") si formeranno gran parte dei calciatori che hanno portato la Costa d'Avorio ai prossimi mondiali sudafricani: i fratelli Kolo e Yaya Touré, Zokora, Kalou, Eboué, Boka, Baky.
Guillou giocava a calcio nei duri anni Sessanta della provincia francese, per strada, con le porte disegnate sui muri e i palloni fatti di pezza, è cresciuto sulla pozzolana ed è arrivato alla nazionale francese. La pozzolana, come idea di calcio rimediato e sempre un po' disperato, ostaggio comunque della fantasia, gli è rimasta in testa: "Mi rivedo in questa miseria piena di luce. Noi eravamo come loro, avevamo le magliette strappate o rubate ai fratelli maggiori. Eravamo sempre sporchi e inventavamo le radiocronache. Mia madre mi inseguiva con la scopa. Adesso solo qui il calcio, per paradosso che sia, è ancora autentico, come in Europa nel dopoguerra, come la boxe negli Stati Uniti ottant'anni fa". Dice il tecnico del Mozambico, l'olandese Mart Nooij: "È in Africa che puoi ancora sognare, con tanto o con poco. In Europa i sogni sono finiti da un pezzo".