Mariano giocava usando una confezione di cartone del latte come guantone. Un ramo d'albero faceva da mazza per il battitore di turno. Che fosse lui o un altro, poco importava: tanto, tutti quei ragazzini magri e scalzi interpretavano ogni ruolo possibile del gioco, pubblico e telecronista (immaginari) compresi. La palla era un ammasso di stracci tenuta assieme dal fango umido. Mariano giocava nelle strade polverose di Panama City. Giocava a baseball nella periferia del mondo, lontano, lontanissimo, dalla città che lo avrebbe reso celebre e popolare: New York City. E il suo destino appariva lontano, lontanissimo, dalla Grande Mela e dagli States: sarebbe stato un pescatore. Di gamberi. Era già scritto. Un uomo di mare come suo padre, Mariano senior. Come tanti giovani nati e vissuti in quello Stato dell'America centrale. Tutto stabilito. A meno di un miracolo. Che avvenne. Mariano di cognome fa Rivera (un predestinato, direbbe qualche calciofilo di estrazione milanista) e quando, da piccolo, si divertiva a scimmiottare i campioni americani, nulla sapeva del ruolo strategico che il suo Paese riveste per gli Usa per via dell'istmo che, di fatto, pone Panama come fondamentale anello di collegamento a cavallo di due continenti. Nulla sapeva delle manovre, chiare e (soprattutto) occulte per non perdere il controllo del canale di Panama da parte degli americani. Che c'erano state. Che ci sarebbero state ancora.
Giocava e basta. Senza troppi pensieri. E senza nessuna illusione. D'altronde, quale avrebbe potuto essere per chi era nato in un villaggio di pescatori chiamato Puerto Caimito dove, tra l'altro, lo sport più giocato tra i ragazzini non era neppure il baseball, ma il calcio. A 16 anni Mariano era già un piccolo uomo impegnato dodici ore al giorno a sbarcare il lunario sulla barca di cui suo padre era capitano. Una faticaccia. Tre anni dopo la vita di Mariano imboccava però la strada giusta. Mentre giocava a baseball con una squadretta di dilettanti, il Panama Oeste, un occhio esperto notava in lui un talento grezzo. Herb Raybourn, osservatore dei New York Yankees per l'America Latina restava colpito dalle sue qualità e si segnava quel nome. Ancora dodici mesi e arrivava la svolta. L'attenzione del talent scout degli Yankees Chico Heron si fissava sui gesti armonici e rapidi di Mariano. Da lì in poi la vita dell'ex pescatore sarebbe stata tutta una inarrestabile ascesa. Raybourn, ormai conquistato alle capacità atletiche del panamense e dal suo lancio e gli faceva firmare un contratto.
Certo, per un pescatore di gamberetti che giocava con una confezione di cartone come guantone, un bel salto. Primo problema: imparare l'inglese. Secondo: ambientarsi e vincere la nostalgia di casa nella Grande Mela. Gli Yankees affidavano la crescita del talento a una lega minore loro affiliata e restavano stupiti della rapidità dei suoi progressi, sottolineati dal manager di NY Buck Showalter. Niente poteva fermare Mariano, neppure un infortunio superato chirurgicamente per un problema a un gomito. Il 23 maggio del 1995 Rivera debuttava nella Major League contro i California Angels. Aveva ufficialmente inizio una leggendaria carriera con gli Yankees. Oggi Mariano per tutti, a New York City è "Mo", silenzioso ed efficace come nessun altro in campo. Un lanciatore micidiale. Un closer: l'uomo che entra in campo nell'ultimo inning, spesso quando la situazione di punteggio è molto equilibrata, per custodire la vittoria della sua squadra, ottenendo la cosiddetta salvezza. Un gioco da ragazzi per Mariano, capace di lanciare con grande efficacia nel poco tempo in cui è chiamato in campo.
Un fenomeno di concentrazione e concretezza. Con una caratteristica che lo fa ancora più speciale: non ha mille tipi di lanci. No, "Mo" ha un solo lancio, sempre quello, non c'è da aspettarsi nulla di diverso. Per capirci, come se il dio del pallone, Diego Armando Maradona, avesse sempre calciato punizioni e rigori allo stesso modo senza cambiare angolo e lato. Ma il problema, per gli avversari, è che, per quanto la conoscano a memoria, la traiettoria di Rivera risulta semplicemente imprendibile. Brutalmente: fior di professionisti del baseball dal 1995 a oggi, nei momenti decisivi, il lancio di "Mo" non l'hanno praticamente mai visto. Cinque volte campione delle World Series, 10 convocato per la All star selection, 526 "salvezze" ottenute, secondo di tutti i tempi, ci vorrebbero un paio di pagine per elencare titoli e riconoscimenti raggiunti da questo umile, taciturno e religiosissimo atleta. Tornato in dicembre per qualche giorno nel suo quartiere dopo l'ultima grande vittoria con i suoi Yankees, per visitare il padre, in precarie condizioni di salute. "Che bello essere qui", le sue parole ripetute più volte ai cronisti di mezzo mondo che ormai lo seguono come una star assoluta merita. Ma non aspettatevi dichiarazioni roboanti dell'uomo di Panama, per cui l'understatement è una dote naturale. Proprio come quel lancio. Premiato anche nel 2009, quinto Rolaids Relief Man Award. Non una targa qualsiasi, ma un riconoscimento che si dà al miglior lanciatore in assoluto.
Il commento di "Mo"? "Non inseguo record, cerco di essere solo utile alla squadra. La mia dote? Non l'ho imparata, è un dono del Signore. Quando lui vorrà, me la toglierà". Nonostante abbia già 40 anni, gli Yankees sperano avvenga il più tardi possibile.
[email protected]
Giocava e basta. Senza troppi pensieri. E senza nessuna illusione. D'altronde, quale avrebbe potuto essere per chi era nato in un villaggio di pescatori chiamato Puerto Caimito dove, tra l'altro, lo sport più giocato tra i ragazzini non era neppure il baseball, ma il calcio. A 16 anni Mariano era già un piccolo uomo impegnato dodici ore al giorno a sbarcare il lunario sulla barca di cui suo padre era capitano. Una faticaccia. Tre anni dopo la vita di Mariano imboccava però la strada giusta. Mentre giocava a baseball con una squadretta di dilettanti, il Panama Oeste, un occhio esperto notava in lui un talento grezzo. Herb Raybourn, osservatore dei New York Yankees per l'America Latina restava colpito dalle sue qualità e si segnava quel nome. Ancora dodici mesi e arrivava la svolta. L'attenzione del talent scout degli Yankees Chico Heron si fissava sui gesti armonici e rapidi di Mariano. Da lì in poi la vita dell'ex pescatore sarebbe stata tutta una inarrestabile ascesa. Raybourn, ormai conquistato alle capacità atletiche del panamense e dal suo lancio e gli faceva firmare un contratto.
Certo, per un pescatore di gamberetti che giocava con una confezione di cartone come guantone, un bel salto. Primo problema: imparare l'inglese. Secondo: ambientarsi e vincere la nostalgia di casa nella Grande Mela. Gli Yankees affidavano la crescita del talento a una lega minore loro affiliata e restavano stupiti della rapidità dei suoi progressi, sottolineati dal manager di NY Buck Showalter. Niente poteva fermare Mariano, neppure un infortunio superato chirurgicamente per un problema a un gomito. Il 23 maggio del 1995 Rivera debuttava nella Major League contro i California Angels. Aveva ufficialmente inizio una leggendaria carriera con gli Yankees. Oggi Mariano per tutti, a New York City è "Mo", silenzioso ed efficace come nessun altro in campo. Un lanciatore micidiale. Un closer: l'uomo che entra in campo nell'ultimo inning, spesso quando la situazione di punteggio è molto equilibrata, per custodire la vittoria della sua squadra, ottenendo la cosiddetta salvezza. Un gioco da ragazzi per Mariano, capace di lanciare con grande efficacia nel poco tempo in cui è chiamato in campo.
Un fenomeno di concentrazione e concretezza. Con una caratteristica che lo fa ancora più speciale: non ha mille tipi di lanci. No, "Mo" ha un solo lancio, sempre quello, non c'è da aspettarsi nulla di diverso. Per capirci, come se il dio del pallone, Diego Armando Maradona, avesse sempre calciato punizioni e rigori allo stesso modo senza cambiare angolo e lato. Ma il problema, per gli avversari, è che, per quanto la conoscano a memoria, la traiettoria di Rivera risulta semplicemente imprendibile. Brutalmente: fior di professionisti del baseball dal 1995 a oggi, nei momenti decisivi, il lancio di "Mo" non l'hanno praticamente mai visto. Cinque volte campione delle World Series, 10 convocato per la All star selection, 526 "salvezze" ottenute, secondo di tutti i tempi, ci vorrebbero un paio di pagine per elencare titoli e riconoscimenti raggiunti da questo umile, taciturno e religiosissimo atleta. Tornato in dicembre per qualche giorno nel suo quartiere dopo l'ultima grande vittoria con i suoi Yankees, per visitare il padre, in precarie condizioni di salute. "Che bello essere qui", le sue parole ripetute più volte ai cronisti di mezzo mondo che ormai lo seguono come una star assoluta merita. Ma non aspettatevi dichiarazioni roboanti dell'uomo di Panama, per cui l'understatement è una dote naturale. Proprio come quel lancio. Premiato anche nel 2009, quinto Rolaids Relief Man Award. Non una targa qualsiasi, ma un riconoscimento che si dà al miglior lanciatore in assoluto.
Il commento di "Mo"? "Non inseguo record, cerco di essere solo utile alla squadra. La mia dote? Non l'ho imparata, è un dono del Signore. Quando lui vorrà, me la toglierà". Nonostante abbia già 40 anni, gli Yankees sperano avvenga il più tardi possibile.
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