La storia

Fabris, il Bolt del ghiaccio
"Sono un fenomeno invisibile"

E' campione olimpico di pattinaggio di velocità. A Vancouver sarà difficile riconfermarsi, ma l'atleta veneto ci riprova: "Peccato che dietro di me non ci sia nulla. Non abbiamo impianti né attenzione. Ma in Olanda mi fermano per strada"

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BASELGA DI PINE' - E' il Bolt dei pattini. L'uomo più rapido sul ghiaccio. Sarà il primo oggi ad arrivare a Vancouver, e anche il primo a gareggiare, il 13. Non ha bisogno della fuoriserie. "Arrivo anche a 60 km orari, ma assicuro che pure superare i 40, senza motore, non è andare piano". Solo che Bolt dietro ha un paese che corre, mentre in Italia non c'è nessuno che pattina al freddo. Bolt è uno dei tanti, Fabris è unico. Un prototipo per caso. Con un bravo allenatore (Maurizio Marchetto), ma senza fabbrica né catena di montaggio. Agli ultimi campionati assoluti hanno dovuto annullare la gara, solo tre concorrenti. Fabris è un re, ma senza regno. Dietro al campione, il vuoto. Non c'è album di famiglia, nessuna new entry. Enrico si allena e non si lamenta. L'Italia lo scoprì quattro anni fa ai Giochi di Torino. Due ori e un bronzo, prima medaglia olimpica azzurra in questo sport. Un alieno. Senza prima né dopo. Infatti si beccò il titolo: l'imperatore dei pattini.

Veneto, sportivo delle Fiamme Oro, testa moderna, fiato antico. Chitarra e bosco, le sue passioni preferite. Rock metallaro e silenzio da altopiano. Roba da pastore nella nebbia di Rigoni Stern, che non a caso è il suo scrittore preferito. Enrico Fabris, 29 anni, è rispuntato fuori: argento sui 5000 agli europei in Norvegia. Ha qualche chilo in più, meno massa grassa, più muscoli, e la voglia di sempre. "Riconfermarsi a Vancouver sarà dura, sono cresciuti gli avversari, ma io sono maturato nelle distanze lunghe, ho passato momenti no, mi sono risollevato, e ora non rischio di cadere nella troppa pressione, perché mentalmente mi sono imposto di ripartire da zero. Ho più responsabilità rispetto a quattro anni, ma non credo valga più la pena di pretendere nulla: a Torino gridai di non dimenticarci. Noi del ghiaccio non abbiamo impianti, né attenzione: siamo fenomeni invisibili, tranne nel momento in cui c'è bisogno di medaglie. Ora sto zitto, ci ho fatto l'abitudine: in Olanda sono conosciuto, mi fermano per strada, mi aspettano e mi applaudono. In Italia non riesco né ad allenarmi né a gareggiare, mancano le strutture, dietro ai campioni non cresce niente, siamo sempre costretti ad andare all'estero, nel ruolo di emigranti sportivi, fuori abbiamo una popolarità che qui ci manca. Non ce l'ho con l'Italia, anzi mi piace il patriottismo olimpico che nel nostro paese cresce solo quando si vince, lo dico senza polemiche, siamo un popolo di romantici, capace d'infiammarsi e di bruciare per un momento, senza però riscaldare a lungo".

Fabris come molti di quelli del ghiaccio, neve e dintorni, non ha rivalse da bruciare. "I calciatori guadagnano più di noi, ma non è che si può fare loro la guerra, lo dico anche se io da ragazzo il poster loro in stanza non l'ho mai avuto. Anche il ciclismo è uno sport rovinato, facile da dopare, chi cede non è solo per ingenuità o per la lusinga dei soldi, ma perché trova ad ogni angolo gente che lo invoglia a peccare. Io in bici pedalo per 10 mila chilometri l'anno, mi arrampico per 3-4 ore sulle salite, e poi altri tremila chilometri li faccio sui pattini. Anch'io sono stato a fare i test nella galleria del vento della Ferrari, ma è mancato il tempo per fare altri esami, non hanno trovato altre cavie. Ero e sono il solo. Mettiamo che un ragazzino voglia imitarmi, dove va? La pista dell'Oval di Torino è poco utilizzabile, per il resto ci sono solo piste da short-track. La solitudine va bene: a me piace lo Stefano Baldini di Atene, il maratoneta che corre e si ascolta, o i tipi alla Giorgio Di Centa, umile e timido come me, ma anche Valentino Rossi, capace di divertirsi e divertire. Gente che lo fa per sé. Io sono antico: mi diverte il freddo, la fatica, il sentirmi di sera tutto rotto. Allenarsi otto ore su un anello di ghiaccio vuol dire sentire i morsi alle cosce e cadere di notte come una pera sul letto. E' quel male che ti fa star bene".

Ossimoro a cinque cerchi. Fabris suona la chitarra, anche acustica, e sniffa il bosco, i suoi profumi, sente il respiro delle stagioni. "Trovo creativo passeggiare tra gli alberi, non mi annoio, non mi avveleno con lo smog. Trovo tutto sensuale: l'odore delle bestie, del grano, dei pini, per me è benessere. Però i ritiri collegiali dovrebbero cambiare, quando non sei più giovanissimo ti fa piacere che qualcuno ti venga a trovare. In coppia, certi momenti passano prima, io da due anni convivo con la mia ragazza. Non alludo a quello, anche se nessuno mi convincerà che il sesso prima di una gara fa male. Per il resto un po' di training autogeno, un bel piatto di pasta, ne vado matto, se vinco a Vancouver festeggio con quella, un bicchiere di rosso, musica di Vasco, Ligabue e Cremonini, libri di Corona, Mauro per intenderci, quello nato in un carretto da una coppia di venditori ambulanti, sulla strada che da borgo di Piné porta a Trento". A Torino 2006 gli chiesero una frase ad affetto, lui rispose: "Capirò tutto a casa quando sarò da solo nel bosco in cima alla montagna a pensare a quello che è successo". Muscoli in testa, pure.