La storia

L'orecchino "de Dios"
da Diego a Miccoli, 21 anni dopo

La ricostruzione della partita tra Maradona e il Fisco. I retroscena di una vicenda sottovalutata dal campione argentino fino al sequestro del gioiello. Messo all'asta e acquistato per 25 mila euro dall'attaccante del Palermo

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E' lunga 21 anni, giorno più giorno meno, la tortuosa strada che ha portato l'orecchino di Diego Armando Maradona a Palermo, in possesso del funambolo rosanero Fabrizio Miccoli. Una vicenda iniziata nell'anno in cui cadde il Muro di Berlino, proseguita mentre la Prima Repubblica veniva travolta da Tangentopoli, nasceva l'era Berlusconi, l'Italia e il mondo cambiavano tumultuosamente volto, il terrorismo islamico radeva al suolo le Torri Gemelle, il Napoli del "divino" Diego conosceva prima l'onta della serie C e poi un'entusiasmante ascesa in zona Champions con il nuovo presidente De Laurentiis, il Palermo che sarebbe stato di Miccoli conquistava la A con un lungagnone semisconosciuto chiamato Luca Toni e continuava a pensare in grande come mai prima.

Insomma, ha praticamente attraversato due generazioni la saga giudiziario-fiscale che ha coinvolto il più forte calciatore di ogni tempo. Una trama estenuante e complessa per un risultato minimo: un orecchino, seppur costoso. Nulla a fronte dei 38,3 milioni di euro che El Pibe de Oro deve al fisco italiano. Insomma, al divino Dieguito è riuscito un altro tunnel, ma stavolta fuori dal campo, una giocata tutta d'oro, visto cos'era in palio.
Una storia particolare, la partita tra Maradona e il fisco, della quale in pochi conoscono l'origine...

Anno 1989, Fabrizio Miccoli è un bambino di dieci anni. Maradona è già il campione dei campioni. Fabrizio lo ha ammirato in tv, mentre trasformava il Napoli nella squadra più forte d'Italia e trascinava l'Argentina sul tetto del mondo. Ma certo, non poteva proprio immaginare che a Napoli stava iniziando una vicenda della quale, 21 anni dopo, sarebbe stato, in qualche modo, lui stesso il capitolo finale. Dunque, in quell'anno ormai distante inizia il match tra l'inafferrabile (letteralmente, è il caso di dire) fuoriclasse di Lanus, la Guardia di Finanza, l'Ispettorato compartimentale imposte dirette, il ministero delle Finanze. Sono proprio Ispettorato e Fiamme Gialle ad aprire una verifica fiscale sul Napoli e su tre fuoriclasse del Napoli: il suo capitano Maradona, il suo bomber Antonio Careca, il suo grintoso mediano Ricardo Alemao. Gli investigatori vogliono capire perché i tre calciatori, oltre ai compensi corrisposti come lavoratori dipendenti, ricevano pagamenti anche all'estero: Diego presso la Diego Armando Maradona con sede in Vaduz; gli altri due alla Tug Sponsoring di Londra. Società titolari dei diritti pubblicitari e di immagine degli atleti. Per l'ispettorato quei soldi sono compensi mascherati e scatta un accertamento dell'Ufficio Imposte.

Ma il Napoli, Careca e Alemao fanno ricorso, in parte vien dato loro ragione e limitano i danni. Diego, invece, incautamente, straccia l'avviso di accertamento, forse non comprendendo bene di cosa si tratti. Insomma, non fa ricorso. E la contestazione che gli viene mossa - imposte evase, pene pecuniarie e interessi che oggi sono lievitati fino a oltre 38 milioni di euro - finisce pubblicata sull'albo pretorio come un provvedimento mai impugnato. Siamo a fine '93. Diego è lontano, ma già, con nostalgia, pensa ad un ritorno. Però l'accusa di aver evaso il fisco per una somma già in quel momento ragguardevole - 40 miliardi di vecchie lire -  è un ostacolo, perché non prescritta. Si informa, gli dicono che può rientrare ma anche che qualsiasi provento o bene ottenuto in Italia gli può essere sequestrato. Nel frattempo pure la Corte dei Conti avvia una indagine per capire se davvero è stato fatto tutto il possibile per far pagare quei quattrini a Diego. L'istruttoria conclude che sì, è stato fatto tutto quello che si doveva fare. Ma la precipitosa fuga di Diego il 31 marzo '91 e il fatto che a Napoli non possegga nulla hanno vanificato ogni sforzo. Si fa ancora un tentativo. Il Ministero delle Finanze interessa la Spagna e l'Argentina - gli ultimi paesi dove il numero 10 ha giocato al calcio - per cercare, con collaborazione estera, di recuperare almeno qualcosa delle imposte evase. Niente da fare.

Trascorrono ancora anni e alterne vicende ma oggi si può davvero dire: Maradona batte il Fisco per 38,3 milioni a 25 mila, cifra con cui Miccoli si è aggiudicato l'orecchino, unico oggetto recuperato. Di tutto ciò giace in qualche archivio polveroso una carta ingiallita e vecchia di 21 anni, firmata dal messo del servizio Riscossioni Tributi. Si legge: "Non ho potuto notificare la presente cartella perché all'indirizzo il destinatario risulta irreperibile. Come è noto il signor Diego Armando Maradona non risiede più a Napoli e io, recatomi a tale indirizzo, ho constatato l'irreperibilità del destinatario che il portiere mi dichiara da tempo sloggiato".

L'orecchino come la mano de Dios: un'altra giocata oltre il limite per l'argentino. Ventuno anni dopo, di tutto questo è rimasto un gioiello adesso in possesso di un altro calciatore che, dalle sue parti, chiamano (va detto, un po' troppo entusiasticamente) il Pibe di Nardò. Da Pibe a Pibe...

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