La storia

"Vi racconto l'ultima finale dell'Inter
La Coppa valeva 10 milioni di lire"

Era il 1972 e  Giubertoni costituiva con Burgnich, Bellugi e Facchetti la Maginot dell'ultima Grande Inter capace di arrivare in finale di Coppa Campioni. L'ex stopper svela come quella squadra giunse a un passo dal trofeo

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"Le confesso un segreto: davvero questa non l'ho mai raccontata. Ha presente quella battaglia di Glasgow contro il Celitc in semifinale? Mamma mia, noi in trincea e loro che arrivavano da tutte le parti. Con Tarcisio, Giacinto, Mauro e Lele, lo posso dire, alzammo un muro là dietro in difesa. Zero a zero come all'andata. In ballo c'era la finale. Finì ai rigori e il sesto rigorista dell'Inter ero io. Così aveva deciso Gianni Invernizzi. Ma vincemmo 5 a 4: fortuna che gli scozzesi sbagliarono e Jair no, perché nella mia vita non ho mai calciato un rigore e non so proprio come avrei fatto. Mise tutto a posto il nostro brasiliano, che giocatore". Retroscena e ricordi dall'ultima grande campagna interista in Coppacampioni: stagione 1971-72, quando i nerazzurri raggiunsero la finale."Quel torneo è il massimo per uno che di mestiere fa il calciatore, credetemi", spiega con fresco entusiasmo Mario Giubertoni che di quella squadra (Mazzola, Boninsegna, Corso, Burgnich, Facchetti, Oriali per fare qualche nome) era un gregario, sì, ma davvero prezioso. "I piedi non erano dolci, ma di correre correvo, marcavo a uomo, avevo scatto e gran fisico e soprattutto lasciavo ogni energia sul campo: sarà per questo che ho sempre giocato", si descrive così il "Giube", 1 scudetto, 1 finale di Coppa dei Campioni, 154 gare e 1 rete nei 7 campionati nerazzurri, 21 presenze nelle rassegne europee, 39 e 1 rete in Coppa Italia. Quasi non fossero trascorsi 38 anni da allora, Mario rivive quell'esperienza rammentando dettagli e svelando aneddoti di una squadra e di un calcio ancora carichi di suggestioni. "Io le giocai tutte tranne una, ecco come arrivammo fin là. Che so? Magari porta bene agli interisti di oggi", sorride dalla sua casa nel modenese, tradendo ancora un forte attaccamento per quei colori, e per quelli rosanero del Palermo, le due formazioni in cui si è affermato come un difensore arcigno e difficilmente superabile nei suoi anni migliori.
 
MAZZOLA, BONIMBA E LA REGIA DI INVERNIZZI - "Dunque la prima fu con l'Aek Atene, esordio a San Siro. Io stavo addosso a un peperino, un piccoletto micidiale, nome da scioglilingua. Passammo in svantaggio, poi Mazzola, Facchetti, Jair e Bonimba misero una ipoteca sul passaggio del turno. Ma Atene, al ritorno, chi se la dimentica? Il pubblico si faceva sentire, l'arbitro ne era condizionato e i nostri avversari sembravano come sospinti dai tifosi. Perdemmo 3 a 2 e passammo il turno. Negli spogliatoi guardai in faccia i compagni: capii che saremmo andati lontano". Ma come era quello spogliatoio, quegli ultimi sprazzi da Grande Inter, chi comandava e cosa faceva l'allenatore per farsi sentire? "Allora, per capirci, quando hai in squadra gente tipo Corso, Facchetti, Mazzola, Jair, Boninsegna, Burgnich, Bedin, Bertini, Frustalupi, l'allenatore serve solo a mantenere il giusto equilibrio e l'armonia più fuori che dentro al prato verde. Perché lì, questa gente, ne sa più di qualsiasi allenatore e va in automatico. Tu ai Mazzola, ai Facchetti,  ai  Boninsegna e ai Corso cosa potevi mai insegnare? Ecco, Invernizzi era bravo a gestire gli equilibri e ottenne in due anni fantastici risultati: lo scudetto della rimonta sul Milan (eravamo a meno sette) e la finale di Coppacampioni l'anno successivo. Quanto mi manca Gianni".  
 
CHE BOTTE CON HEYNCKES - Arriva lo scontro, passato alla storia del pallone, contro il Borussia di Netzer. Ci vogliono tre partite per capire chi passa. "Ma la prima non conta - ci tiene a precisare il "Giube"- quel sette a uno è falso come Giuda. Bonimba prese una lattina in testa quando eravamo sul 2 a 1 per loro e per noi era finita lì. Eravamo certi del 2 a 0 a tavolino e giocammo come fosse un allenamento, senza impegno. Quel 7 a 1 è una favola tanto è vero che poi a Milano gliene rifilammo 4 (a 2) con Mauro Bellugi che fece un gol da cineteca che non avrebbe mai più fatto e poi ancora Bonimba, Jair e Ghio. Certo, il ritorno a Berlino fu un assedio: ma Ivano Bordon fu letteralmente miracoloso, parò pure un rigore a Sieloff e io, in quell'assalto durato novanta minuti, la palla l'avrò presa sì e no due volte". Due volte e basta? "Sì, perché marcavo il grande Jupp Heynckes ed entrambi trascorremmo quella serata a fare a botte: spintoni, calcioni, gomitate, sgambettii. Un corpo a corpo. Alla fine uscii dal terreno come un pugile, ammaccato e tumefatto, ma vincente". E non espulso..."Ma io ero fisico, mai violento. Nella mia carriera mi hanno buttato fuori solo una volta. Giocavo nel Palermo e marcavo quel dribblomane talentuoso di Claudio Sala. Un tipo che mi piaceva perché le prendeva e le restituiva, ma non stava lì a piangere. L'arbitro ci richiamò e noi niente, continuammo a pestarci. Alla fine ci cacciò entrambi e con ragione".

SOFFERENZA LIEGI - "Nei quarti, dopo aver superato il Borussia, ci sentivamo sicuri di poter fare fuori facilmente lo Standard Liegi. Che errore: a San Siro faticammo da matti per vincere uno a zero con gol di Jair. Loro avevano un portierone: Piot, che era anche quello della nazionale. E a Liegi rischiammo l'eliminazione. Andammo sotto e quando si faceva nera una splendida azione di Pellizzaro a dieci minuti dalla fine mandò Mazzola in gol. Era fatta. Il 2 a 1 finale non contava nulla. Ci aspettava il Celtic Glasgow".

FINALE DI RIGORE - "Non giocai l'andata per infortunio. Nel ritorno marcai il loro centravanti: un gran giocatore. Loro davanti avevano calciatori come Dalghish, Macari e Johnstone, abili e potenti. Un giovanissimo Lele Oriali fece un partitone proprio contro Johnstone. Fu durissima. E, come ho detto, prevalemmo ai rigori: Mazzola, Facchetti, Frustalupi, Pellizzaro e Jair furono implacabli. Per loro sbagliò Deans e tanto bastò. Mi sentii uno dei più forti d'Europa perché ero in finale nella Coppa dei Campioni".

CRUIJFF, IL MIGLIORE - "Che sfortuna: la finale si giocava a Rotterdam, praticamente in casa dell'Ajax. Ci credevamo lo stesso: Invernizzi mi disse di marcare Muhren, il loro centravanti arretrato e siccome indietreggiava mi consigliò di spingermi anche in avanti. Lo feci, ma al dodicesimo del primo tempo durante un mio spunto offensivo Blankenburg mi sfasciò la caviglia con una entrata-killer. Fui costretto a uscire, sostituito da Bertini. Guardai il resto del match dalla panchina e vidi uno spettacolo, per allora, assolutamente inedito: il calcio totale all'olandese. Cruijff per me era e forse resta il migliore calciatore del mondo: aveva tutto, era un leader, col suo scatto lasciava chiunque dieci metri dietro, tirava, passava, colpiva di testa, scartava, lanciava. E poi Haan, Suurbier, Neeskens, Krol, Keizer. Cedemmo nella ripresa: due volte Cruijff. La prima per una incomprensione tra Oriali e Bordon, giovanissimi ma già bravissimi. Può succedere. Il mio sogno finì lì".

UN PREMIO DA 10 MILIONI DI LIRE - Davvero altri tempi il calcio anni Settanta: "Avessimo vinto il premio sarebbe stato di dieci milioni di vecchie lire se non ricordo male", sorride Giubertoni che dopo il calcio ha fatto "prima l'artigiano in una azienda di maglieria e poi il coltivatore di pere in una campagna di mia proprietà": Adesso, a 65 anni, è in pensione e si gode la tranquillità: "Sono in pace con me stesso, avrei anche il patentino da allenatore ma non fa per me. Si vive, e bene, anche senza calcio. Ma chi la dimentica quella Coppacampioni: ho ancora le maglie di Aek, Borussia, Standard, Liegi, Celtic e Ajax che ci scambiavamo a fine match. E poi, scusi, quando sono uscito, a Rotterdam, eravamo ancora imbattuti e come mi diceva il presidente Fraizzoli, "Caro Giube, ci fossi stato tu in campo non avremmo mai perso". Mentiva, una affettuosa e simpatica bugia che però mi inorgoglisce ancora oggi e mi riporta a quella splendida avventura sportiva".    

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