La storia

"Sono un emigrante al contrario
La mia patria, voglio l'azzurro"

Amauri diventa italiano: "Qui si insultano i neri, tutti devono impegnarsi per farli smettere.  I giocatori non mi vogliono? Se meriterò, perché escludermi? I tifosi contrari? Guardino il Paese: chi lavora in fabbrica, chi cura i vecchi? Gente venuta da fuori. O volete una Nazionale ariana?

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TORINO - "Oggi giuro e divento italiano. In tanti mi chiedono: chi te lo fa fare, ti pare il momento? Tra razzismo, contestazioni, scandali. Non è meglio se resti brasiliano? Ma questo è un paese al quale devo riconoscenza, qui sono nati i miei figli, qui sono diventato un calciatore vero, qui ho costruito la mia famiglia, qui mia moglie Cynthia ha ottenuto il doppio passaporto". Tranquilli, so cantare l'inno. E non sono un raccomandato, non ho usato scorciatoie. Ho fatto dieci anni di gavetta, l'Italia l'ho girata tutta, da sud a nord, da Palermo a Torino. Sono stato un ragazzo con la valigia per tanto tempo, oggi scelgo una patria. Da uomo e da giocatore".
Amauri, lei è un attaccante e ha 30 anni.
"Sì. Non sono più un ragazzino, ma ci tengo alla maglia azzurra. Voglio dare problemi a Lippi, in senso buono. Voglio riuscire a giocare bene nella Juve, a meritarmi la convocazione. E ripeto: fossi rimasto in Brasile non sarei mai riuscito a fare carriera. Sono un emigrante all'incontrario".
Sceglie un calcio violento, dove s'insultano i neri, si fischiano gli avversari, si minaccia la propria squadra.
"Non è una bella cosa, ma non m'illudo sulla cura. Serve che i calciatori s'impegnino in prima persona per convincere i tifosi a cambiare atteggiamento? Sì, certo. Ma più che gesti eroici serve che società, tesserati e governo del calcio agiscano nella stessa direzione. Con convinzione, senza fare finta di niente. Altrimenti il segnale è schizofrenico. Anche per questo il calcio italiano è difficile. Perché ti stressa, anche al di fuori del campo, non smette mai di essere competitivo. Tutti ti stanno addosso, in ogni momento".
C'è qualcosa che non capisce di questo calcio?
"Il ritiro punitivo. E' pesante. Come se i giocatori fossero contenti della sconfitta. Ma dico, chi perde è arrabbiato, giù di morale, perché punirlo due volte? Forse che c'è una colpa da espiare? Forse si pensa che una buona prestazione sportiva nasce dal senso del peccato? E' una concezione medioevale. Nel Palermo allenato da Guidolin il ritiro era stato annullato, ma solo se si vinceva. Segno che certi cambiamenti in Italia non si possono fare".
E la cosa che l'ha più colpita?
"Il senso del lavoro che c'è nel calcio italiano. La sua organizzazione. E lo dice uno abituato a lavorare, anche perché prima di giocare ho fatto l'autista, l'operaio in una fabbrica di carbonella, il commesso di supermercato. E come eroe ho avuto mio padre, camionista, che non ha mai mancato un giorno. Da lui ho imparato l'affidabilità, non ho mai cercato scuse, cerco di ignorare ogni piccolo malanno".
Ha giocato a Napoli, a Messina, a Verona. Si sarà fatto un'idea del paese?
"Ho fatto amicizie ovunque. Il lungomare di Napoli mi è rimasto nel cuore. Poi certo al sud sono più aperti, magari più insistenti, e al nord più discreti. Ma firmare autografi per me non è mai stato un problema, anzi è un sogno. Perché io da bambino proprio quello volevo: diventare famoso".
La prima volta che ha visto giocare l'Italia?
"La finale mondiale del '94, in tv. Italia-Brasile a Pasadena. Lì mi venne l'illuminazione di fare il calciatore. Avevo 14 anni, vivevo in un sobborgo di San Paolo. Tifavo Brasile, anzi Romario. Rimasi alzato tutta la notte a fare festa".
Qualche giocatore azzurro ha contestato la sua possibile presenza in nazionale.
"Rispetto il loro sentimento, ma loro rispettino il mio. Anzi rispettino i valori del gioco. Ho davanti campioni bravissimi: Toni, Gilardino, Pazzini, Iaquinta. Non chiedo favoritismi, ma se arrivo a meritarmi la nazionale perché escludermi? Ci hanno giocato altri brasiliani come Firmani e Altafini. E proprio Firmani mi ha aiutato con i suoi consigli".
Ci sono tifosi che hanno minacciato di spegnere la tv se lei gioca in nazionale.
"Non rubo il posto a nessuno, se sarò convocato. Lo sport è merito, mi pare. Però invito tutti a guardare bene l'Italia: chi lavora in cucina, nelle fabbriche, negli ospedali, chi cura i vecchi, chi tiene i bambini, chi pulisce case? Stranieri, gente che è venuta da fuori perché sognava un altro tipo di esistenza e che con il suo lavoro quotidiano merita di avere la possibilità di diventare cittadino. O si vuole una nazionale ariana? A tutti vorrei ricordare Le Pen, a giugno '98 se la prese contro i troppi neri che giocavano nella Francia, e un mese dopo quella nazionale diventò campione del mondo. Per questo io oggi giuro felice".