La storia

Tennis, i segreti del giudice
"Le sceneggiate di McEnroe"

"Bastano due palle per capire chi vincerà la partita. John era un maestro: come si metteva male, cominciava a insultare tutti. La tecnologia ha tolto fascino a questo sport"

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ROMA - "40-15...". "40-30...". "Gioco. Game". Il microfono esalta la loro voce, le parole scandite in varie lingue dai signori del trespolo, i giudici di sedia. "Che parola, giudice: mette i brividi..." dice uno dei protagonisti, rigorosamente anonimo. Perché? Non possono parlare, i giudici di sedia. Intervistarli è cosa rara: hanno bisogno di autorizzazioni, che non sempre arrivano. Ma per uno dei più anziani, per una volta dice "al diavolo le regole: si può trasgredire e raccontare una professione che in realtà è una avventura ed un atto d'amore verso il tennis: lo sport dei re, il gioco più bello che c'è". Un romanzo, la vita del giudice di sedia. Di fatto arbitro, come i colleghi del calcio. Con una differenza: nel tennis la parola: 'arbitrò non esiste. Per questo - Davis a parte - nessuno li ha mai insultati, lanciato monetine, intonato cori ingiuriosi.

FILOSOFI - "Qualcuno una volta ha scritto che siamo un po' filosofi, per fare questo mestiere. Mestiere... ho detto così? Già, oggi è diventato un mestiere. Ma tanti anni fa era qualcos'altro. Un modo di essere, quasi uno stile di vita. Ci sentivamo dei notai, non certo degli arbitri. Un concetto snobistico, mi rendo conto, ma era la verità. Oggi... oggi è cambiato tutto: c'è, ci sono, dei giudici di sedia che giocano a fare le star, a sostituirsi ai giocatori. Quante volte ho sentito dire dai miei colleghi 'Perché si parla sempre e solo di loro, degli atleti?'. No, non è bello. Ai miei tempi non accadeva. Noi eravamo quelli del dietro le quinte, sempre un passo indietro, mai sulla passerella. Forse dovremmo avere un migliore rapporto con gli atleti, una maggiore comunicazione, ma dall'alto non vogliono".

EVOLUZIONE - "Parità". "Deuce". "Egalité". "Vorteil". "Iguales". La loro voce - dal microfono - rimbomba nel silenzio dello stadio, interrotta solo dagli appplausi o dagli "ohh" di delusione. Certo, i giudici del trespolo possono influenzare le partite. Un loro errore muta gli animi, decide in un senso o nell'altro. "Sì, sbagliamo. Certo che sbagliamo. Chi non sbaglia, accidenti? Oggi è tutto più difficile. Una volta le palline erano bianche, i completini bianchi, le racchette di legno. Esisteva una cosa che si chiamava fair play. I tennisti erano gentiluomini, le partite una sfida di stile, di eleganza, di strategia. Vere partite a scacchi, giocate in pantaloncini corti. Oggi in bianco si va solo a Wimbledon". Sono pochi gli antidoti, agli errori. "Dimenticarli in una frazione di secondo". Resettare, come direbbero i maghi dei computer. Anche le menti degli arbitri del tennis devono viaggiare veloci, "per adeguarci alla velocità del gioco".

CULTURA - C'è qualche rimorso, qualche critica. Il gioco dei re è da anni diventato il gioco del popolo. Lo sport che si gioca in silenzio sta dimenticando le caratteristiche del passato. "Altra cosa, la cultura. Lo spessore culturale è bassino. Oggi un Nastase non potrebbe mai giocare: il suo humour, le sue stravaganze non sarebbero neppure concepite, oltre che accettate". Quelli di ieri si chiamavano Panatta, Borg, McEnroe, Connors. Oggi i protagonisti dello show si chiamano Canas, Davydenko, Youzhny. "Con tutto il rispetto non può esserci match. Solo Agassi avrà il ricordo dei posteri. Molti giovani di loro sono anche maleducati, pensando di essere furbi". Non valgono i paragoni con John McEnroe, il re delle intemperanze verbali, l'incubo dei giudici di sedia: "Sfatiamo questa vicenda storica: sapevamo tutti che, non appena la partita gli cominciava ad andare male, attaccava con le sue sceneggiate: insultava noi, ma in realtà il suo show serviva solo a deconcentrare l'avversario, disturbando il ritmo della partita".

IMPARZIALITA' -
Ma sono davvero imparziali, gli impenetrabili giudici di sedia? Tifano? Si annoiano? Si distraggono? "Ognuno ha una sua storia, un suo percorso. C'è chi è più preparato e chi meno, come in tutte le cose. La verità è - ma non vorrei apparire presuntuoso - che un buon giudice sa da subito chi vince la partita. Sa benissimo dove finisce la palla, prima ancora che la palla abbia lasciato la racchetta. Il segreto è... archiviare il caso, che sarebbe poi il singolo scambio, il 'quindici'. Mai fossilizzarsi sull'errore. E poi, certo che ci si annoia: sono tanti i match noiosi, ormai. Continue ripetizioni, anche una certa monotonia dei colpi. Sì, la distrazione è dietro l'angolo, figlia anche della noia e di una mancanza di professionalità. Nessuno comunque ne è immune: una volta, quand'ero più giovane, talmente annoiato, m'è capitato di fissare l'attenzione sull'ombra che un giocatore proiettava sulla terra rossa: ero tanto affascinato da quella silhouette da perdere il controllo della situazione".

INVISBILITA' - E la faziosità? "No. Il tennis ha sempre avuto questa peculiarità, essere al di sopra di certe pulsioni, tipo quelle calcistiche. Basti pensare ai tornei: gli appassionati ci vanno certamente per godersi le partite, i loro campioni. Ma anche per accedere più in generale alla festa, partecipare all'evento. Da Wimbledon a Roma, da Parigi all'Australia il principio non muta. E, per rispondere alla domanda, i giudici non sono tifosi. Anzi: sono i primi competenti di questo gioco: perché, credetemi: dall'alto le cose si vedono meglio, non sfugge nulla. Il giudice, come essere umano, può avere delle simpatie per un o una tennista, ma nell'animo resterà sempre imparziale e mai, ripeto, mai vorrà mutare il corso degli avvenimenti". Perché qual è, in fondo, il senso della vita di un giudice di sedia? "Essere invisibile, come se non ci fosse nessuno seduto su quella sedia, a tre metri d'altezza".

TECNOLOGIA
- Un nemico sarebbe la tecnologia, ma non se ne curano, o non vogliono curarsene. "L'Hawk Eye? No, Occhio di Falco non può sostituirci. E' una macchina, toglie anche una certa magia, quel pizzico di imponderabile". Invisibilità e solitudine sono i veri incubi dei signori del trespolo. "Godiamo di grande immagine, per il resto del mondo: viaggi, contatto con vip e star dello sport. Eppure il rovescio della medaglia è proprio lì, in quelle valigie sempre da rifare, senza l'idea di poter stare nello stesso posto un minuto di più". C'è un prezzo da pagare, anche in una vita dorata quale quella di un giudice di sedia: "La famiglia, per esempio, ed è un prezzo doloroso. Perciò, senza tema di smentite, dico che questa professione è una missione, sulle cui scelte non si può più tornare indietro".