Matteo Ferrari fa l'operaio. Vive a quindici chilometri da Parma. Ha 25 anni e a fine giornata smette la tuta e indossa casco e armatura. E' il centro dei Panthers Parma. Sempre presente: allenamenti e match. Massimo Guidarini di anni ne ha 44 ma non vuol saperne di smettere di andare in campo. Eppure ne avrebbe di ragioni per lasciar perdere. Ha i legamenti crociati delle ginocchia massacrati e per i medici è un mistero come possa ancora giocare con le Pantere parmigiane. Non ha neppure una vita semplice, fa un paio di lavori per sbarcare il lunario: magazziniere e buttafuori nelle discoteche. Qualcos'altro, se capita e può arrotondare. Ha due figli da tirar su. Imperterrito, indossa la maglia del team come defensive tackle senza saltare un turno. Ugo Bonvicini, altro over 40, è un ingegnere, lavora in una importante azienda, ma non fa mancare la sua presenza nel team e persino in un doppio ruolo: ricevitore e general manager. Operai, ingegneri e buttafuori. Tutti uniti dalla passione per la palla ovale. Storie e volti della squadra italiana più conosciuta in America: i Panthers Parma.
Una realtà rara, per quel mix di umanità, socialità, solidarietà e agonismo sganciato da ogni fine di lucro, efficacemente raccontata dallo scrittore John Grisham. Lanciato dal suo best seller ("Il professionista", Mondadori, titolo originale ancora più eloquente "Playing for pizza"), il team emiliano è diventato adesso un must per i competenti appassionati d'oltreoceano. "Paradossalmente, siamo più popolari negli States che nel nostro Paese", se ne compiace il presidente Ivano Tira, dirigente d'azienda.
Se il football italiano stenta a trovare spazio con costanza e competenza sui media nostrani, inondati del calcio parolaio di ogni serie, viene invece visto con curiosità e interesse negli States. Grazie al romanzo di Grisham, ma anche alla sua originalità e ai personaggi che animano il movimento. "Ormai ci arrivano decine di mail a settimana: tanti turisti americani ci chiedono di inviare loro il calendario degli incontri per programmare le vacanze italiane e farle coincidere con una nostra partita. E la cosa capita con frequenza. Nelle ultime due settimane abbiamo ospitato sugli spalti una coppia dell'Alabama e poi una famiglia del Kentucky. Pochi giorni fa, poi, ci ha emozionato incontrare Mary".
Mary è una ragazza volata direttamente da Washington a Roma per vedere i Panthers in campo a Ostia contro i Marines. "Ci ha spiegato che tifa per noi da quando ha letto il libro di Grisham, ha voluto conoscerci uno ad uno, è giunta in Italia appositamente e poi è ripartita per Washington, straordinario". Ne ha di aneddoti da raccontare, Ivano. E rammenta quando venne invitato da due forti squadre di college e trattato come una star. "Che imbarazzo e che gioia, prima in Texas, nel maestoso stadio degli A&Mm, roba da 92 mila posti a sedere. Sono andato con la mia compagna Beatrice, ci hanno intervistato, ci hanno fatto entrare in campo, poi ci hanno consegnato una pergamena. Stesse scene dai Tigers Auburn, in Alabama... quasi quasi mi sentivo un pezzo grosso del football anche io".
Le Pantere sono una squadra speciale per l'impegno nel sociale, una costante. Di recente si sono dati da fare per contribuire a raccogliere fondi per la costruzione di un ospedale ad Haiti, devastata dal terremoto. In precedenza si erano mobilitati alla stessa maniera dopo il sisma in Abruzzo. "Per chi fa sport è obbligatorio spendersi per queste cause", è il motto delle Pantere. Che contano oltre cento tesserati. "Il più piccolo ha 9 anni, il più grande, appunto 44 (sarebbe Massimo, l'irriducibile); si va dalla prima squadra fino a tutte le giovanili".
E si registra una straordinaria partecipazione pure con le scuole: "Da sei anni, con il patrocinio di Università e Comune, mandiamo i nostri a insegnare il football, ovviamente senza contatto (si chiama flag football), ai ragazzini delle elementari. Partecipano in tremila. In gennaio c'è la finalissima: riempie il cuore vederli giocare e divertirsi. E, soprattutto, sottrarli alla sedentarietà di televisioni e diavolerie elettroniche varie".
Nel libro di Grisham un ex quarterback della Nfl trova il suo riscatto - sportivo e umano - in Emilia. Nei Panthers di oggi non mancano atleti e allenatori made in Usa. Come l'head coach Andrew Papoccia, arrivato con l'intenzione di fermarsi solo per qualche anno come giocatore ma poi rimasto a lungo, fulminato dalla sua italianissima Beatrice, che ha sposato; e ancora: il qb Joe Craddock, il ricevitore Craig Mc Intyre, tutta gente di talento che solo per vicissitudini di vario genere non è entrata nel grande giro della National football league. Ma non pensate minimamente a contratti da capogiro. "Diamo loro mille euro al mese, due auto per gli spostamenti, rimborsiamo il biglietto aereo dagli States. Nient'altro".
E gli italiani? I Matteo, i Massimo e company? "La loro paga è doppia: freddo e botte", sorride Tira. Poi aggiunge, serio e fiero: "Ci ripaga di ogni sacrificio la passione per il gioco, per questa palestra di esperienze dove l'aiuto reciproco, il coraggio, l'inventiva, la cura dei dettagli e il rispetto delle regole sono ingredienti fondamentali per non esporre i compagni a gravi rischi e la squadra a sconfitte inevitabili. Posso dirlo con un pizzico di orgoglio: qui si diventa uomini, si cementano coesione e spirito di gruppo e ci si prepara ad affrontare le curve della vita che ci attendono fuori dal campo. Grisham ne è rimasto affascinato e lo ha messo per iscritto. E in quel libro, credetemi, c'è tutta la nostra anima".
([email protected])
Una realtà rara, per quel mix di umanità, socialità, solidarietà e agonismo sganciato da ogni fine di lucro, efficacemente raccontata dallo scrittore John Grisham. Lanciato dal suo best seller ("Il professionista", Mondadori, titolo originale ancora più eloquente "Playing for pizza"), il team emiliano è diventato adesso un must per i competenti appassionati d'oltreoceano. "Paradossalmente, siamo più popolari negli States che nel nostro Paese", se ne compiace il presidente Ivano Tira, dirigente d'azienda.
Se il football italiano stenta a trovare spazio con costanza e competenza sui media nostrani, inondati del calcio parolaio di ogni serie, viene invece visto con curiosità e interesse negli States. Grazie al romanzo di Grisham, ma anche alla sua originalità e ai personaggi che animano il movimento. "Ormai ci arrivano decine di mail a settimana: tanti turisti americani ci chiedono di inviare loro il calendario degli incontri per programmare le vacanze italiane e farle coincidere con una nostra partita. E la cosa capita con frequenza. Nelle ultime due settimane abbiamo ospitato sugli spalti una coppia dell'Alabama e poi una famiglia del Kentucky. Pochi giorni fa, poi, ci ha emozionato incontrare Mary".
Mary è una ragazza volata direttamente da Washington a Roma per vedere i Panthers in campo a Ostia contro i Marines. "Ci ha spiegato che tifa per noi da quando ha letto il libro di Grisham, ha voluto conoscerci uno ad uno, è giunta in Italia appositamente e poi è ripartita per Washington, straordinario". Ne ha di aneddoti da raccontare, Ivano. E rammenta quando venne invitato da due forti squadre di college e trattato come una star. "Che imbarazzo e che gioia, prima in Texas, nel maestoso stadio degli A&Mm, roba da 92 mila posti a sedere. Sono andato con la mia compagna Beatrice, ci hanno intervistato, ci hanno fatto entrare in campo, poi ci hanno consegnato una pergamena. Stesse scene dai Tigers Auburn, in Alabama... quasi quasi mi sentivo un pezzo grosso del football anche io".
Le Pantere sono una squadra speciale per l'impegno nel sociale, una costante. Di recente si sono dati da fare per contribuire a raccogliere fondi per la costruzione di un ospedale ad Haiti, devastata dal terremoto. In precedenza si erano mobilitati alla stessa maniera dopo il sisma in Abruzzo. "Per chi fa sport è obbligatorio spendersi per queste cause", è il motto delle Pantere. Che contano oltre cento tesserati. "Il più piccolo ha 9 anni, il più grande, appunto 44 (sarebbe Massimo, l'irriducibile); si va dalla prima squadra fino a tutte le giovanili".
E si registra una straordinaria partecipazione pure con le scuole: "Da sei anni, con il patrocinio di Università e Comune, mandiamo i nostri a insegnare il football, ovviamente senza contatto (si chiama flag football), ai ragazzini delle elementari. Partecipano in tremila. In gennaio c'è la finalissima: riempie il cuore vederli giocare e divertirsi. E, soprattutto, sottrarli alla sedentarietà di televisioni e diavolerie elettroniche varie".
Nel libro di Grisham un ex quarterback della Nfl trova il suo riscatto - sportivo e umano - in Emilia. Nei Panthers di oggi non mancano atleti e allenatori made in Usa. Come l'head coach Andrew Papoccia, arrivato con l'intenzione di fermarsi solo per qualche anno come giocatore ma poi rimasto a lungo, fulminato dalla sua italianissima Beatrice, che ha sposato; e ancora: il qb Joe Craddock, il ricevitore Craig Mc Intyre, tutta gente di talento che solo per vicissitudini di vario genere non è entrata nel grande giro della National football league. Ma non pensate minimamente a contratti da capogiro. "Diamo loro mille euro al mese, due auto per gli spostamenti, rimborsiamo il biglietto aereo dagli States. Nient'altro".
E gli italiani? I Matteo, i Massimo e company? "La loro paga è doppia: freddo e botte", sorride Tira. Poi aggiunge, serio e fiero: "Ci ripaga di ogni sacrificio la passione per il gioco, per questa palestra di esperienze dove l'aiuto reciproco, il coraggio, l'inventiva, la cura dei dettagli e il rispetto delle regole sono ingredienti fondamentali per non esporre i compagni a gravi rischi e la squadra a sconfitte inevitabili. Posso dirlo con un pizzico di orgoglio: qui si diventa uomini, si cementano coesione e spirito di gruppo e ci si prepara ad affrontare le curve della vita che ci attendono fuori dal campo. Grisham ne è rimasto affascinato e lo ha messo per iscritto. E in quel libro, credetemi, c'è tutta la nostra anima".
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