Trent'anni dopo Domenico Ricci consegna il suo calcio africano alla gloria di un Mondiale in quel continente, alle piramidi di soldi delle tv "24 hours", alle star che lui aveva visto prima di tutti. Sarà inutile ora dire, dopo una partita a Cape Town: "Quello l'ho scoperto io". Di solito, non ci crede nessuno. Ma di certo Ricci, prima seguace rastafari, poi allenatore del più importante club del Congo, poi talent scout - e spesso un po' bandito in questo suo amore viscerale per l'Africa - , è stato un pioniere italiano di quel continente. Un uomo che, con la bussola del calcio in mano, con il sapere di calcio, ha realizzato un'esperienza trentennale che gli ha cambiato vita e connotati e ha permesso a diverse società italiane ed europee di prendersi a prezzi imbarazzanti talenti puri bisognosi di emergere. Grazie al procuratore Ricci, oggi sono stelle dei campionati d'Occidente meno sole, non più spaesate.
A 57 anni Domenico Ricci, figlio di un importante giornalista di "Repubblica", fratello di un dinamico corrispondente del calcio europeo della Gazzetta dello Sport, ha scelto di raccontare la sua storia personale e il calcio africano attraverso "Africa Boma Ye (uccidilo!)", libro che cita nel titolo il canto dei ragazzi di Kinshasha per il match di boxe del secolo, Mohammed Alì contro Foreman, era i 1974. Nella foto di copertina si ricordano invece gli ultimi frutti d'Africa che la nazionale Under 21 ha recentemente riunito: Mario Balotelli, Stefano Okaka, Angelo Ogbonna. Italiani neri, l'ultima generazione. Ma in un racconto serrato e autoprodotto ("un paio di editori mi avevano fatto proposte con troppa sufficienza"), Ricci racconta la sua Africa che nasce a Brixton, il quartiere della comunità reggae a sud di Londra. La musica, le amicizie, l'incontro con una nuova filosofia. Quindi, l'evasione di un amico congolese da un carcere inglese: la progettò l'autore del libro, nel 1981. Insieme fuggirono in Congo e nel suo meraviglioso entroterra si diedero a contrabbandare diamanti. Quindi l'approdo al calcio africano, a 33 anni. L'uomo, che sposerà la figlia di un diplomatico africano presso la Santa sede, nel 1986 riuscirà a prendere in mano la più importante squadra dell'immensa nazione subsahariana: il Bilima. E la porterà a un passo dalla vittoria del campionato nazionale e addirittura della Champions League africana. "Avevo costruito un gruppo pieno di forza e convinzione, la corruzione del regime congolese fece naufragare un progetto negli ultimi metri". Solo i racconti degli infiniti trasferimenti per le trasferte in Senegal, in Algeria, in Marocco sono un passaggio del libro imperdibile.
"Africa Boma Ye" è carico di gioia africana, di preghiere cantate che convertono a Dio un ragazzo emiliano, ma ha il pregio di non nascondere le fasi materiali della vita avventurosa di un uomo con cinque figli avuti da tre donne diverse: nel 1991 il presidente della Confederazione africana, appoggiata da Antonio Matarrese, accusò il procuratore Ricci - nel frattempo era diventato il più importante procuratore italiano di calcio in Africa - di schiavismo. Aveva portato in Italia, all'immancabile Luciano Moggi, tre ghanesi: Kuffour, "in gioventù esperto in gomme usate", Gargo "il più forte di tutti, amava troppo le belle scarpe" e Duah, "ala sinistra velocissima". "Direttore, qui c'è la guerra, non è facile prendere i due ragazzi", aveva provato a spiegare Ricci a Luciano Moggi, allora influente dirigente del Torino. "Senti Domenico, tu hai voglia di continuare a fare questo mestiere?", allungò l'ennesima minaccia il ds, "allora portami questi due". Va bene, direttore, "prepari 300 mila dollari cash e me li faccia arrivare". Contanti in tasca ai genitori degli africani: Bayern Monaco anticipato, l'agente Antonio Caliendo fregato.
Ha lavorato dodici anni per lo studio Canovi, Domenico Ricci, poi ne è stato allontanato: la sua storia è piena di amicizie finite, amori interrotti, a volte traditi. Nell'elencazione dei suoi maestri l'autore mette in scena il calcio che sta nel retroscena, spesso in agguato. C'è Pietro Lo Monaco per esempio, oggi amministratore del Catania: "Lui i giocatori li vede dai dettagli, il suo occhio è stato allenato da migliaia di chilometri macinati a cercare campetti". E poi Ricci rivendica meriti: "Kuffour difensore non l'ha inventato Zaccheroni, sono stato io". Più volte l'autore chiede al miope calcio italiano ragione della sua cecità: "Perché George Mensah era riserva al Chievo, alla Cremonese, e diventò titolare nel Lione di Champions League? Perché Patrice Evra era al Marsala e ora è inamovibile nel Manchester United?".
E' scritto con grande velocità, "Africa boma ye!, con un filo di fretta di troppo, ma è un tale condensato di conoscenza calcistica e profondità africana che nei giorni in cui il football del mondo si tuffa in Sudafrica la sua lettura potrebbe aiutare a capire. Si parla di Stephen Appiah, di Drogba e di Essien, si parla di denari nascosti e sempre esentasse, passaporti falsificati, corruzioni patenti. Tra Roma e l'Africa, piccole miserie, grandi speranze.
A 57 anni Domenico Ricci, figlio di un importante giornalista di "Repubblica", fratello di un dinamico corrispondente del calcio europeo della Gazzetta dello Sport, ha scelto di raccontare la sua storia personale e il calcio africano attraverso "Africa Boma Ye (uccidilo!)", libro che cita nel titolo il canto dei ragazzi di Kinshasha per il match di boxe del secolo, Mohammed Alì contro Foreman, era i 1974. Nella foto di copertina si ricordano invece gli ultimi frutti d'Africa che la nazionale Under 21 ha recentemente riunito: Mario Balotelli, Stefano Okaka, Angelo Ogbonna. Italiani neri, l'ultima generazione. Ma in un racconto serrato e autoprodotto ("un paio di editori mi avevano fatto proposte con troppa sufficienza"), Ricci racconta la sua Africa che nasce a Brixton, il quartiere della comunità reggae a sud di Londra. La musica, le amicizie, l'incontro con una nuova filosofia. Quindi, l'evasione di un amico congolese da un carcere inglese: la progettò l'autore del libro, nel 1981. Insieme fuggirono in Congo e nel suo meraviglioso entroterra si diedero a contrabbandare diamanti. Quindi l'approdo al calcio africano, a 33 anni. L'uomo, che sposerà la figlia di un diplomatico africano presso la Santa sede, nel 1986 riuscirà a prendere in mano la più importante squadra dell'immensa nazione subsahariana: il Bilima. E la porterà a un passo dalla vittoria del campionato nazionale e addirittura della Champions League africana. "Avevo costruito un gruppo pieno di forza e convinzione, la corruzione del regime congolese fece naufragare un progetto negli ultimi metri". Solo i racconti degli infiniti trasferimenti per le trasferte in Senegal, in Algeria, in Marocco sono un passaggio del libro imperdibile.
"Africa Boma Ye" è carico di gioia africana, di preghiere cantate che convertono a Dio un ragazzo emiliano, ma ha il pregio di non nascondere le fasi materiali della vita avventurosa di un uomo con cinque figli avuti da tre donne diverse: nel 1991 il presidente della Confederazione africana, appoggiata da Antonio Matarrese, accusò il procuratore Ricci - nel frattempo era diventato il più importante procuratore italiano di calcio in Africa - di schiavismo. Aveva portato in Italia, all'immancabile Luciano Moggi, tre ghanesi: Kuffour, "in gioventù esperto in gomme usate", Gargo "il più forte di tutti, amava troppo le belle scarpe" e Duah, "ala sinistra velocissima". "Direttore, qui c'è la guerra, non è facile prendere i due ragazzi", aveva provato a spiegare Ricci a Luciano Moggi, allora influente dirigente del Torino. "Senti Domenico, tu hai voglia di continuare a fare questo mestiere?", allungò l'ennesima minaccia il ds, "allora portami questi due". Va bene, direttore, "prepari 300 mila dollari cash e me li faccia arrivare". Contanti in tasca ai genitori degli africani: Bayern Monaco anticipato, l'agente Antonio Caliendo fregato.
Ha lavorato dodici anni per lo studio Canovi, Domenico Ricci, poi ne è stato allontanato: la sua storia è piena di amicizie finite, amori interrotti, a volte traditi. Nell'elencazione dei suoi maestri l'autore mette in scena il calcio che sta nel retroscena, spesso in agguato. C'è Pietro Lo Monaco per esempio, oggi amministratore del Catania: "Lui i giocatori li vede dai dettagli, il suo occhio è stato allenato da migliaia di chilometri macinati a cercare campetti". E poi Ricci rivendica meriti: "Kuffour difensore non l'ha inventato Zaccheroni, sono stato io". Più volte l'autore chiede al miope calcio italiano ragione della sua cecità: "Perché George Mensah era riserva al Chievo, alla Cremonese, e diventò titolare nel Lione di Champions League? Perché Patrice Evra era al Marsala e ora è inamovibile nel Manchester United?".
E' scritto con grande velocità, "Africa boma ye!, con un filo di fretta di troppo, ma è un tale condensato di conoscenza calcistica e profondità africana che nei giorni in cui il football del mondo si tuffa in Sudafrica la sua lettura potrebbe aiutare a capire. Si parla di Stephen Appiah, di Drogba e di Essien, si parla di denari nascosti e sempre esentasse, passaporti falsificati, corruzioni patenti. Tra Roma e l'Africa, piccole miserie, grandi speranze.